sabato 15 marzo 2014

Sincronia in 18/16

scrattarrzzarrasslaffsskkwaraukstrrzz
suono di mondo
tonalità bestiale
tutti gridano, tutti i suoni
stridono
sentilo, fa male
alle orecchie
laceratimpani
sozzobestiale schifosuono
un tuono
e a far da lampo
tutti i giorni del mondo
e le notti del mondo
e i pomeriggi del mondo
le sere del mondo
le mattine del mondo
ogni azione nell'immondo mondo
delirio senza fondo

martedì 22 giugno 2010

Breakdance


L'imponente figura di Metone torreggiava su di loro come un'ombra minacciosa levatasi ad oscurare il sole.
- Non ucciderci, Metone! Faremo ciò che chiedi - disse Undelrod, piccolo biondo e carino.
- Sì, lo faremo! - gli fece eco Sandestalt, alto brutto e biondo.
- Cazzo, come no? - assentì Kalmstagh, privo di descrizione.
- Sarà MEGLIO per VOI! - tuonò Metone alzando i pugni al cielo, pugni grossi come cocomeri e molto, molto più duri e senz'altro più assetati di sangue dei cocomeri, cui solitamente del sangue non importa nulla. - Voglio vedervi TUTTI e TRE che lo FATE! - tuonò poi. - ADESSO! QUI! - tuonò ancora. Poi basta.
- E facciamolo, dài, cosa ci costa? Lo facciamo sempre. Solo che stavolta c'è 'sto gigante che guarda - bisbigliò Kalmstagh.
- Hai ragione - disse Sandestalt.
- Hai ragione a dire che ha ragione - disse Undelrod. - Del resto ci piace farlo, no?
- Sì - rispose Sandestalt.
- Certo, è vero - confermò Kalmstagh.
- E allora, fatelo! - disse l'impaziente lettore.
- OK, facciamolo - disse allora Sandestalt.
- D'accordo - disse Kalmstagh.
- Va bene - disse Undelrod.
I tre si sorrisero con aria complice. Undelrod accese il lettore CD portatile e le note di un brano hip hop si sparsero nell'aria tersa del freddo pomeriggio invernale.
Si misero a ballare la breakdance ed erano anche invero piuttosto bravi.
- Che BELLO, che BELLO - tuonò Metone, che non era capace di dire alcunchè in tono normale, mettendosi anche, a volte, in situazioni imbarazzanti.
Quando poi vide Kalmstagh ruotare velocissimo sulla schiena, il gigante non potè più resistere e dovette masturbarsi.
- Sì! SI! - tuonò. La sua mano filava come propulsa da razzi, e presto un filo di fumo iniziò a levarsi da essa.
- GODO! - tuonò.
I tre si trovarono ad annaspare in una pozza di liquido seminale viscido e giallognolo. Sputando e tossendo riuscirono ad alzarsi in piedi e ringraziarono il gigante con un compìto inchino.
- Siete stati BRAVI! - tuonò l'inverecondo titano. - Però TU devi MORIRE! - tuonò ancora, indicando Sandestalt.
- Ma...ma come...ma perché...- gemette lo sventurato.
- Hai detto "VERDURA"! IO odio LA VERDURA!
- Ma no, non è vero! Io non ho mai detto "verdura".
- Sì, che l'hai DETTO, l'hai DETTO adesso, non LO puoi NEGARE!
- Ma allora sei proprio un bastardo! - esplose Undelrod.
- Ah, mi DAI del BASTARDO! Allora MORIRAI anche TU! - tuonò il bastardo. Spero che non mi abbia sentito.
Metone iniziò ad avanzare minaccioso verso i due incolpevoli capri espiatori della sua infanzia infelice e li avrebbe certamente uccisi, se a quel punto Kalmstagh non avesse avuto un'idea.
Riaccese il lettore portatile e si mise nuovamente a girare velocissimo sulla schiena.
- AaaaAAAAHHH! - tuonò Metone: non poteva resistere, era troppo eccitante. Dovette masturbarsi ancora. E ogni volta che il gigante terminava, Kalmstagh ricominciava da capo, finchè Metone non si fu masturbato a morte.
I tre guardarono il gigante defunto.
- Che cretino - commentò Kalmstagh.
Allora Sandestalt e Undelrod gli diedero molte pacche sulla schiena, poi lo sollevarono in aria esultanti.
- Siamo salvi per merito tuo! Viva Kalmstagh! - esultarono in coro. - Sei stato bravissimo, anche se sei privo di descrizione.
- Non è la descrizione che conta - disse Kalmstagh.
- No? E cos'è allora?
- Boh! - concluse Kalmstagh. E ridendo allegramente se ne andarono.

Kalahari

Kinino del pianeta Albino atterrò con il suo galatticottero sulla variegata superficie di Kalahari, il pianeta dei contrari.
Subito una piccola folla di Kalahariani gli fu attorno.
- Salve, io sono Indifferente - disse uno, guardando in tutte le tasche di Kinino. - Cos'hai lì? Chi sei? Da dove vieni? Perché? Eh?
- Ehilà! Sono Amichevole. Perché non ti levi dalle palle?
- Ciao, io sono Granmemoria. Ehm, cosa stavo dicendo?
- Io sono Belleparole, faccia di stronzo marcio inmerdato e scoreggione!
- Io sono Nonviolento. - Kinino indietreggiò appena in tempo per evitare una raffica di pugni. Così facendo notò dietro di sè un Kalahariano che se ne stava in disparte, silenzioso, a testa bassa.
- E quello chi è?
- Si chiama Estroverso. Se ne sta sempre così. Io non capisco. Ci sono così tante cose da fare, tante cose di cui parlare, esperienze da vivere. Forse ha avuto un'infanzia difficile, o forse...chissà. Beh, comunque oggi è una bellissima giornata. In giornate come questa mi piace andare a pescare. Ce ne andiamo sempre a pescare, io e i miei amici. Poi accendiamo un bel fuoco e ci arrostiamo delle belle salsicce di ugun. Mmmmm...è un'abitudine che abbiamo fin da ragazzi...ricordo quando...
- Piantala, Silenzioso! - sbottò Paziente. Non capisci che non ne possiamo più?
- Su, calmati - disse Nervoso.

martedì 1 giugno 2010

Il Migliore

Bisogna andare avanti, anche se non ne hai più voglia, anche se non sai o non capisci più, bisogna andare avanti, avanti, avanti. Che cos'è questo? La vita? Cos'è? Cosa significa? Qualcosa mi ha portato qui, non so cosa sia stato nè perché. Ma ora io sento questo corpo. Questa mente. Ora sono qui, al centro di questa rete di percezioni. L'esistente penetra i confini della mia coscienza e si trasforma nella mia esperienza. Ma dopo poco non combacia più con se stesso. Il centro ruota, ruota.

Merda.

Hai capito?

Accidenti, qui bisogna organizzarsi un po', altro che andare avanti. Guardati, sei ridotto a uno schifo.

Come, uno schifo?

Comincia col darti una pettinata. To', eccoti una spazzola. Chiudi il colletto. Stringi il nodo alla cravatta...calma, non c'è bisogno che ti strozzi. Su, un bel sorriso. Ora dì: io posso farcela.

Io posso farcela.

Con quella voce? Dai, un po' di convinzione.

Io posso farcela.

Certo che puoi. Tirati su, cammina. Eretto. Eretto ed elastico. Cammina, cammina. Dritto, dritto. Ma rilassato. Appeso alla tua ossatura come una camicia che pende da una gruccia. Non serve tensione...vai...elastico. Bene. Ora dì: sono il migliore.

Sono il migliore.

Più forte, guarda dritto davanti a te. Eretto. Elastico.

Sono il MIGLIORE!

Se non consideriamo me, naturalmente.

Sono meglio anche di te, stronzetto.

Mio dio, ho creato un mostro. Va bene, senti, basta così come prova.

Lo dico io quando basta. Perchè, vedi, io posso farcela. Sono il migliore. L'hai detto tu stesso, no?

Ma non prendertela tanto a cuore.Non è che sia poi così importante. Ci sono altre cose nella vita, c'è l'arte...la musica, che so, la letteratura...la contemplazione della natura e, perchè no? Il sesso. Uno non può stare lì tutto il giorno a pensare che può farcela perché è il migliore.

Stronzate. Adesso cammina tu.

Se proprio ci tieni...

Sei rigido, non hai ritmo.

No, amico. Sono elastico, e ho il ritmo fin nelle più minute suddivisioni delle più infime cellule del mio alluce sinistro. Così cammina il migliore.

No, il migliore cammina così. Guarda.

Ma va là, sei goffo, goffo e tronfio. Sei abbastanza ridicolo, se vuoi saperlo. Io sì che cammino bene, e i miei movimenti sono fluidi...guarda con quanta scioltezza mi giro e afferro un oggetto...visto? Questa è classe. Per sapere cosa significa guarda sul dizionario, però guarda sul mio, chè nel tuo non c'è.

Certo, è classe. Seconda classe. Classe turistica, con il jet attaccato all'orecchio. Tu dovresti solo guardarmi e apprendere, ma no, sei troppo attaccato alle tue illusioni di grandezza. Io ho provato ad aiutarti, ma la tua inopinata testardaggine ti ha condotto di giorno in giorno più vicino al baratro; ora non ti basta che un passo per precipitare. Io ho fatto tutto ciò che potevo, non posso più nulla, e anche se potessi non lo farei. Per te è giunta l'ora di incontrare il tuo destino. Ed ora...addio.

Guarda, un ragno!

Dove?

(rapidamente gli allarga il nodo della cravatta, sbottona il colletto e lo spettina)

Bisogna andare avanti, anche se non hai più voglia, anche se...

Sì, dimmi.

lunedì 17 maggio 2010

Balengo

Ciccio Pipa aveva un gatto
che si chiamava Balengo;
e lo nutriva con noci di cocco.

Se Balengo non aveva fame
Ciccio Pipa non gli dava da mangiare;

se Balengo mangiava del catrame
Ciccio Pipa correa in bagno a vomitare;

e poi gemeva: "Ahimè, io presto svengo"!
e Balengo gli cacava sul ginocchio.

sabato 30 gennaio 2010

Sintesi e Relazione

Erano le cinque del pomeriggio quando aveva cominciato a disegnare. Alle nove di sera il disegno non era ancora terminato, non solo, ma un velo d'ombra presto trasformatosi in penombra che si era a sua volta evoluta in parziale oscurità avevano posto seri ostacoli al compimento dell'opera peraltro priva di qualsivoglia importanza.
Quando si rese conto che era ormai da un paio d'ore che disegnava senza vedere pressocchè nulla, a malincuore abbandonò la sedia e andò ad accendere la luce.
Come aveva temuto, il disegno non era che una disorientante trama di linee le quali, perse in frammentari monologhi, rifiutavano di avere alcunchè da spartire tra loro e procedevano intersecandosi qua e là casualmente e senza degnarsi d'un saluto.
Capì di avere solo perso tempo. Pensò che esistere era in sostanza una perdita di tempo. Si sentì fratello di quello linee. Forse una di quelle poteva essere lui stesso. Scosso da questo pensiero si accese una sigaretta e si mise a seguire le linee una per una, dall'inizio alla fine. Percorrendole le confrontava con se stesso o, per meglio dire, con ciò che di se stesso sapeva o credeva di sapere.
Alcune certo potevano assomigliare, altre proprio non si prestavano al confronto. Alcune, sì, avrebbero potuto essere lui stesso. Sì, ma quali? Qual'era la linea che veramente racchiudeva in sè il segreto della sua identità?
Nel frattempo si era accorto che gli incroci, a prima vista privi di significato, nascondevano forme coerenti. Non poteva credere ai suoi occhi. Ora che osservava con perfetta concentrazione i segni e le loro intricate relazioni, scopriva un'infinità di significati ed iniziò a comporli, scomporli, combinarli, moltiplicarli. All'una di notte iniziò a immaginare di avere di fronte a sè un mandala, una sintesi ammirevole dell'assoluto, la chiave per spalancare i cancelli della coscienza alla reale natura dell'esistenza. Invece aveva solo bisogno di farsi una bella dormita.
Il portacenere traboccava. Il neon friggeva nell'aria tiepida della notte. Una folla di falene s'assiepò alle finestre chiuse. Alle tre di notte l'orologio si fermò e l'oscurità divenne eterna.
Ora, bianco di capelli e con la lunga barba che scompare sotto al tavolino da disegno, segue con un dito raggrinzito e tremante la traiettoria della linea numero 40.782, la vede intersecare la numero 3, la 12.101, la 423, scorrere per alcuni secondi parallela alla 1200, attraversala, terminare pochi attimi più in alto. Qui muore.

giovedì 5 novembre 2009

Sfida fatale su Plutone

Non potevo più attendere. Shungor si stava avvicinando rapidamente circondato dal sinistro bagliore rossastro del suo campo ionizzante.. Nella mano posteriore stringeva il suo maglio a deflessione positronica. Dovevo agire, non potevo più crogiolarmi nell'illusione che fosse soltanto un gioco. Lo sgraziato nano alieno voleva uccidermi.
Unii le mani davanti al petto e disposi le dita nella posizione della quiete inflessibile. "Esaltazione quantica", dissi, con voce ferma e profonda. Poi separai le mani. Davanti a me c'era ora una minuscola sfera di materia la cui massa era infinitamente negativa, nella quale ad ogni istante trascorreva l'eternità in un ciclo senza fine. Un attimo prima che Shungor potesse colpirmi trasferii la sfera al suo interno con un impulso psionico.
Libera dal mio controllo stabilizzante, la sfera all'istante respinse da sè ogni particella circostante con accelerazione pari alla velocità della luce, creando un vuoto perfetto nel luiogo dove prima era la figura balzante di Shungor.
Avevo vinto.
Riassorbii la sfera e me ne andai a farmi una pizza.