mercoledì 7 novembre 2007

Poesia 328

se mi giunge
pianto infantile
alzo la testa
punto le orecchie
l'occhio acuto
se non è uno dei miei
mi ridissolvo
in un nembo
di pensieri
non vedo
non sento
non penso
forse non
sono neppure io
forse mi condenso & contraggo
poi liquido
aeriforme, solido
forse, forse
a diverse temperature
e pressione

martedì 6 novembre 2007

Idraulico

Quale immagine potrai dipingere dalla tua mente vuota? Guardi il vuoto, riponi la tavolozza - non c'è colore - riponi il pennello, il carboncino - non ci sono forme - e se gridi rabbia, risentimento, delusione, qualsiasi forma di turbamento tu scelga di sentire a quel punto, dal vuoto, dopo alcuni secondi, ti giungerà, chiara, la eco. Quale storia sceglierai, se la tua mente è una linea che congiunge il punto A al punto A senza percorrere alcuna distanza. Non c'è storia.
O trovi una stanzetta in fondo a quel vuoto, piccola, ingombra d'ogni più insignificante dettaglio, invero talmente ingombra che non potresti nemmeno muovere un passo. Ma allora per giungere fin là devi aver attraversato un vuoto senza fine. Che fai? Ritorni?
Diventa idraulico, ti dico.

domenica 28 ottobre 2007

Epica Tarda Sentenza

I

consigli affrettati
non dussero altrove che i
venti lepidotteri affamati
quando santi e conniventi vinsero
alle tessere nei denti, fors'anche
separando il giusto dal giubilo incantato
di tarde sentenze, ed eminente
il tuo giudizio
mi squarta ancora,
se di quarti si tratta

aprii la camicia, poi la patta
i guanti dei giuristi
rilessero Hoelderlin con fusti
avariati e gnomi con copriletti
appuntiti
(risero i folletti)
misero chi conosce
e conosce che d'io
organizzare l'asfalto
con galosce metalliche
ai garretti

ceduo il tuo gallo, ed il certo
addusse frali detenzioni
assumendo l'incarico di dar
solenne agli etilisti

se fossero convinti si darebbe
caso alle premure standard con più brio
ma sono estinti già da tempo, e tengo
a dire che le ore stanno in piedi
anche da sole,
ma dammi amore
e il cielo si aprirà con uno strillo
o dio e non risponderò al telefono giammai
nemmeno fosse qualche armiere
che mi augura le buone e le indulgenze

come disfatti sul fronte
adempienti al tetano calmucco
con nove passi dammi tentazioni
che mi conducano al permesso
di inarrestare il mondo
o catturare abeti a mani nude
mille giacche
nel diritto del risvolto
o cervi alle meningi fratturate
con molto senso delle reti
che dieder pane e detti a tutti
per anni ed anni
e le paure
nel didietro
di Coney Island a fatture

II

e venne il tempo dei demeritati
aprendosi alle porte di gennaio
con quanto aveva dedotto dalle tasse
la fossa dei dannati, e sperpera
con gioia queste grasse
farfalle di prima intenzione
scoprendo nella tana
le previde fratture
o con diversi affanni
levarsi all'alba di santodì
invece di cogliere
grazie insospettate e grazie al cielo
non finì con fumo ma con seriche
frustate

seppure intanto andammo
o quanto spirito rimase
nella fiaccola inventata
che il muro e il muro
rimise a lato il suo possesso
armi e munizioni
del passero ondulato quasi
senza sospirare

solo sperare
che lui non fosse ma tenesse
ben salda in sè la fervida
agitante creazione con tanto invito
al secondo condannato, con rispetto,
ma dio che caldo in quella cella
non vedemmo altro che denti e cani
infradiciati d'aridi veleni
e d'appestati luridi canti
di miseria e interdizione

quell'altro era grasso
e non contava più di me
ma intanto crede al cedro
quand'è fermo
senza vedere greci nel cassetto
l'ultima volta erano ventitre
e Dan calò il berretto
sulla fronte corrugata
e "odio il caldo", disse
e lo disse ancora
più volte di quanto
sperassimo

umanamente il prete
impartì un'imparziale
benedizione
ma non lo neghi
più dello show di noi
coi piedi a ciondoloni
dalla forca
altro non gli piaceva
forse il suo dio
o qualsiasi altro dio
avrebbero trovato da ridire
sul suo contegno
ma corda e corda e non si conta
il tiepido risveglio in un mattino
di marzo aprile o chissà quando
con i calzini ripiegati nel comò
sui laghi
pieni di speranza
nel domani
e tutto questo non ha nulla
a che vedere nè
con questo muro
nè con te

Attenti al Cane

Non avrei mai potuto odiare nessun'altra bestia schifosa di questa lurida terra come odiavo quel cane. Era una bestia orrenda, nera e bavosa che abbaiava in continuazione e mi rompeva continuamente i coglioni tutte le volte che scendevo in strada, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Arrrrrr....AR! Mi strepitava dietro quel bastardo animale senza cervello, le gengive semiscoperte dalle labbra fradice e rammollite di quel rosa disgustoso, gli occhi stupidi e privi di vita incrostati agli angoli di quelle caccolette giallognole e collose tipo quando si ha la congiuntivite.
Gli avrei messo un candelotto di dinamite nel culo, se solo avessi avuto la minima occasione di farlo. Meditavo vendette atroci. Gli avrei annodato le sue stesse budella attorno al collo e l'avrei strangolato con gli intestini sanguinolenti fuoriuscenti dal suo ventre squarciato.
Bestia bastarda.
Io mi facevo i cazzi miei e lui continuava ad abbaiare quando un giorno nel suo giardino non comparve la nipotina dei suoi padroni che giocava con la palla.
Il mostro bavoso avvistò il pallone variopinto e volle giocare a quel gioco nuovo. Fece quattro balzi ed azzannò al volo la sfera, squarciandola con i denti schifosi e sozzi di chissà quale orribile e puzzolente pasto, uggiolando demente nella sua bestiale e insensata gioia di sporco cane pidocchioso senza cervello. La povera bambina si mise a piangere vedendo la sua bella palla straziata dalle zanne della bestiaccia.
- Brutto cane, brutto! - gemeva, mentre lo picchiettava con le manine delicata sulla sua gran testona ottusa e quadrata. Il mostro orrendo si incazzò e ringhiando e sbavando reagì contro la piccina, che urlò di terrore.
Il nero demonio la sbranò, fece scempio del suo tenero corpicino dilaniandolo e strappandolo, facendo schizzare sangue e brandelli di carne tutt'attorno, tutto il tempo emettendo il suo ringhio basso e catarroso, ubriaco di sadica e primitiva ferocia.
Terminato il drammatico scempio, il cane infernale trascinò il piccolo cadavere nel suo angolo preferito, un recesso del gardino lordo di escrementi e brulicante di mosche e si dispose a mangiarselo con tutta calma.
Stava sgranocchiando un polso quando la polizia arrivò, e non si accorse nemmeno della pallottola che gli spappolò il cervello.
Ero proprio contento. Finalmente quella bestia sozza e orrenda era andata sottoterra a marcire e a far da cena ai vermi. Sorrisi di gioia a pensare alla belva che si putrefaceva nella terra grassa e mi feci una bella bistecca per festeggiare.

lunedì 22 ottobre 2007

Due Storie Emblematiche

Prima Storia Emblematica: Vita.

- Dove sei stato? - chiese Patrizia.
- Sono andato a lavare la macchina - rispose Tommaso.
- Oggi che piove?
- Piove? - Tommaso andò alla finestra e guardò fuori. - Ah. Ecco cos'era quel bagnato dappertutto. Se l'avessi capito prima l'avrei lavata domani.
- Poi non era neanche sporca.
- No, era pulita. Però avevo voglia di lavarla. M'era venuta, così, una voglietta.
Si guardarono negli occhi. All'improvviso si resero conto dell'inconsistenza del loro essere, si recarono al fiume e si tolsero la vita.

Seconda Storia Emblematica: Maturità.

- Io ti dico una parola - disse il dottore - e ti dò tre possibili associazioni. Tu ne scegli una. Io ti dico chi sei.
- Let's go - dissi.
- La parola è "verde". Le associazioni sono: "Cassiopea", "Mucca" e "Lavoro". Hai scelto?
- Sì.
- Bene: qualunque parola tu abbia scelto sei uno spostato o quantomeno un cretino perchè nessuna delle tre ha nulla a che fare col verde.
- Balle, dottò - replicai. - Le mucche mangiano l'erba: essa è verde.
- E il lavoro?
- Chi non lavora è sovente al verde.
- Va bene. E Cassiopea, allora?
- Conosco una che si chiama così: ella possiede un soprabito verde - conclusi, trionfante.
- Diavolo d'un uomo, hai sempre una freccia al tuo arco! - ammise il dottore.

Morale: non ve n'è alcuna, però è la prima volta che scrivo la parola "soprabito". Mi ci sono voluti svariati decenni, per arrivarci. Penso sia un segno di maturità.

Il Segreto e il Mistero

Il vecchio frate mi guardò come si guardano i lombrichi appena spaccati in due dalla zappa: un'insolita zuppa oculare in cui galleggiano stupore, disgusto e anche un pizzico di costernazione.
- Ti penti? - mi chiese.
- Penso di no - risposi.
Il frate afferrò una sedia e me la fracassò in testa.
- Frocio, comunista, peccatore! - urlò. - Brucerai all'inferno!
- Non è il caso di prendersela così, fratello - dissi, massaggiandomi la testa. - So che c'è chi ha fatto di peggio. Inoltre non sono comunista, bensì anarco-comunista con una spiccata predilezione per i paradossi dello zen.
Allora egli mi sparò un calcio nelle palle e io mi rotolai gemendo come si fa di solito in questi casi, tenendomi la parte colpita mentre mi inoltravo in regioni ancora inesplorate del dolore fisico.
Visto che mi veniva bene, continuai a rotolarmi ancora per molto tempo dopo che il dolore, grazie al cielo, era scomparso. Anche il frate era scomparso, nel frattempo.
Ad un tratto mi accorsi che c'era una suora, un po' discosta, che mi osservava. I miei occhi incontrarono i suoi. Aveva due occhi bellissimi. Due, sì. C'è chi ne ha uno, chi nessuno. Lei ne aveva due, il set completo. Erano color verde acqua. Fantastici.
- Ma cosa sta facendo? - chiese.
- Mi sto rotolando per terra reggendomi il sacco scrotale con le mani, sorella - risposi sinceramente.
- Già, è proprio vero - confermò lei. - Proprio ciò che pensavo. L'ho visto fare altre volte, anche in un paio di film, ma mai sul pavimento freddo di una chiesa. Ma non faccia caso a me, continui pure.
- Trovo che l'aggettivo "freddo", riferito a questo pavimento, sia affatto appropriato. Purtroppo quando sono entrato in questo luogo di culto non pensavo che averi avuto necessità di rotolarmi per terra - dissi, sempre rotolandomi, - così non ho potuto provvedere a riscaldarlo preventivamente. Del resto - conclusi - anche le esperienze negative servono.
- Sì - disse la suora. - Esse, ancor più delle positive, ove tutto è facile, insegnano.
- Certo - convenni. - Però sono men belle.
- Cosa è il bello? Possiamo stabilirlo arbitrariamente? O esiste un concetto preesistente di ciò che è bello?
- Preesistente rispetto a noi due o all'uomo dalle sue origini? In ogni caso, credo che smetterò di rotolarmi.
Tenni fede alla mia ultima affermazione. Mi alzai e scossi la polvere dai miei abiti. Poi mi avvicinai a quegli occhi stupendi che parevano volermi trafiggere.
- Sorella, voi siete bellissima - dissi. - I vostri occhi...oh, sono incantevoli...un sogno d'amore ove un uomo potrebbe perdersi per sempre. Sì, occhi come quelli hanno arso la città d'Ilio, sono smeraldi di luce purissima che mi avvincono sino al martirio!
- Seeh. E non hai ancora visto il culo. Da' un'occhiata qui!
Si girò e sollevò la gonna. Non portava niente, sotto. Niente di niente. E aveva ragione. Mi scordai subito degli occhi e mi precipitai su quelle due belle chiappe tonde e sode. Le leccai il buco del culo, poi la fica. Da come si agitava capii che era un bel po' che non veniva servita così. La trascinai nel confessionale e la fottei di brutto. Pazzesco. Urlava. Fu una delle più belle scopate della mia vita.
Alla fine le promisi che quella notte stessa sarei tornato, avrei scavalcato il muro di cinta del convento e mi sarei diretto alla porta, dove lei mi avrebbe atteso per fuggire con me.
- Ti amo - mormorò.
- Non ci credo, ma ti amo anch'io - risposi. La salutai agitando la mano mentre se ne andava. Anche lei fece questo. Che tesoro.
In quel momento rientrò il vecchio frate con un paio di colleghi.
- E' lui - disse, indicandomi.
Mi pestarono selvaggiamente tutti e tre. Poi due di loro mi presero per le braccia e mi tennero fermo mentre il terzo mi dava dei pugni tremendi. Poi uno solo mi tenne fermo mentre mi picchiavano gli altri due. Poi mi chiesero di picchiarmi da solo mentre loro tre si tenevano fermi a vicenda. Rifiutai. Allora si picchiarono tra loro.
Io intanto ricominciai a rotolarmi per terra, chissà che non arrivasse un'altra suora.

giovedì 18 ottobre 2007

Albertino e il Gigante

- Ciospa, buttatemi una ciospa! - gridava selvaggiamente il gigante Uruk, il cui corpo deformato dal lardo giaceva scompostamente semisprofondato nella melma in fondo a una grossa buca dai brodi irregolari.
Albertino si avvicinò cautamente ad un bordo irregolare. Uruk lo vide ed esalò un rutto millenario, saettante opinabilissimi gas.
- Chi sei, maledetto figlio di puttana! - urlò. - Che cazzo vuoi...urgh...- un secondo rutto era emerso surrettiziamente tra le sue parole ed ora si espandeva lentamente nell'aria come un fiore osceno.
- Vaffanculo!
Cominciò ad agitarsi schizzando melma in ogni direzione. Accompagnò questa azione con urla inarticolate e forti rumori anali.
L'odore divenne ben presto intollerabile.
Albertino indietreggiò di alcuni passi. Non capiva, ma non amava quell'odore. Si grattò un ginocchio appena sotto l'orlo dei suoi bermuda variopinti. Non capiva.
- Ma tu chi sei? - chiese gentilmente.
- Sono un pilota di caccia dell'aviazione australiana, stronzo. Stavo per decollare quando ad un tratto ho beccato questa buca e STRAA! CRAAASZ! STRAPAZASZSZ!!!
Albertino credette che i versi del gigante fossero i nomi di tre suoi amici dell'aviazione polacca. Era confuso. Dov'erano andati?
- Dove sono andati? - chiese con un fremito di curiosità.
- Chi? Ma sei scemo? Ma che cazzo dici? Non vedi, lurido idiota, che sono caduto in una buca? Senti, voglio uscire di qui!
- Ma allora perchè non esci? - chiese Albertino, sempre più curioso.
In realtà il gigante non c'era esattamente caduto. Era finito lì dentro per volere del temibile mago Whrendor, che abitava nella valle oltre le grandi montagne un po' a destra del ruscello. Colpa di una partita a scopa nella quale Uruk era finalmente riuscito a battere il mago. Incapace di contenere la sua esultanza si era scolato innumerevoli crani umani colmi di acquavite alla muscaria ed era perciò caduto vittima di una terrificante allucinazione nella quale fu spettatore dell'ultimo pasto di Lucifero prima di precipitare negli inferi, il tutto sintetizzato in una ridda di visioni incoerenti tra le quali diverse uccelliere, una bertuccia glabra, tre costolette di maiale ed uno scopino per il water. Dopo aver riccamente defecato, il gigante usò quest'ultimo, in un raro slancio di igienismo, per pulire la tazza. Nella sua allucinazione non si era purtroppo reso conto che lo scopino era in realtà Whrendor stesso.
Quando il mago infuriato riuscì finalmente ad estrarre la testa dall'angusta apertura non passarono tre secondi prima che il gigamte si ritrovasse in quella disgustosa buca dalla quale - sentenziò il mago - non avrebbe mai più potuto uscire a meno che non trovasse qualcuno che vi si calasse volontariamente al suo posto.
Colto improvissamente da un'idea, non disse nulla di tutto questo ad Albertino, che chiese ancora, all'apice della curiosità:
- Ma perchè non esci dalla buca?
- Vedi...è una cura per diventare più intelligenti. No, cioè...più snelli. Ehm...più snelli e più intelligenti.
- Ma allora perchè vuoi uscire?
Uruk non era capace nè di sorridere nè di non urlare nè di non incazzarsi con la gente soltanto per il fatto che essa esisteva. Ma questa volta fece uno sforzo enorme. Un sorriso celestiale sbocciò sul suo viso bestiale.
- Perchè ormai sono già troppo intelligente, capisci? - flautò. - E ho deciso di dimagrire domani.
- Significa che se uno fa come te diventa più intelligente e più magro?
- Ma è proprio così, esattamente. ma certo. Ehi. Vedo che hai un paio di rotolini lì e lì...uhm...e non mi sembri neanche tanto...beh, magari un saltino qui dentro ti farà bene.
- E se tornano i polacchi? - insistette lo sventurato.
- Ma che cazzo. Cioè, voglio dire, salutameli. Dai, vieni.
- Ohp - zompò Albertino.
- Bravo. Adesso stai pure tranquillo, io ti saluto, eh? Ciao - disse Uruk arrampicandosi fuori. Presto scomparve nel bosco, diretto verso la casa di Whrendor al quale aveva deciso di trasformare il tunnel rettale in una caverna ingombra di ogni cosa piccola o grande, ma soprattutto grande. Introdotta dalla parte larga.
Albertino prese a dimenarsi urlando e scoreggiando. In quella buca, che aveva contenuto la figura enorme del corpulento abominio, pareva minuscolo; come minuscolo era l'odore dei suoi petini stentati che scoprivano la luce in un timido pok.
Verso sera, non vedendolo tornare, suo fratello Bigg andò a cercarlo. Grande fu il suo stupore quando lo scorse oltre il bordo irregolare della buca.
- Ma cosa fai lì dentro, ma sei PIRLA?
- Tutt'altro, caro fratello, tutt'altro - gongolò Albertino. - Sono magro e furbo.
- Seh, va bene. Dai, vieni a casa che c'è da cena.
In quel momento si sentì un grido disumano provenire dalla valle oltre le grandi montagne.
- Ad occhio e croce veniva da un po' a destra del ruscello - disse il nonno, sbucando da un sentiero con in mano una cesta di grossi porcini.

domenica 14 ottobre 2007

Prologo

Se l'esistenza è sostanzialmente inutile dunque ciò che esiste è l'infinita bandiera dell'inutilità, l'eterno inno all'inservibile, la vetta più alta e maestosa nel massiccio dell'insensatezza ove svettano anche, quantunque meno imponenti, il monte Noia e il picco Straniamento; al di sotto distendesi l'interminabile pianura del nulla.
Fiumi di pensiero scorrono in essa, dalle sorgenti montane. Le acque corrono, precipitano, ribollono, rallentano, si placano, formano laghi, paludi, bacini, scivolano infine nella confusione del mare dove si possono trovare creature in grado di divorare un uomo intero.
Monti sommersi. Catene montuose che si snodano per migliaia di miglia marine. Crepacci di blu profondo che muta in nero ininterrotto. In queste insondabili profondità, ancora vita. In forme inimmaginabili. Una di queste portava un fiore all'occhiello, una giacca marrone e, seduta in poltrona con un tumbler di whisky e ghiaccio in mano diceva l'altro giorno a Vastley, l'inarrestabile motore del mutamento di sè in sè stesso: - Non è strano come l'esistenza umana ricordi una regione geografica? Essa include altezze, bassezze, depressioni, sì, assomiglia proprio. Non trovi?
Questa forma di vita si chiamava Zanetti Federico. Non era una forma di vita senziente, quantunque antropomorfa.
- Io trovo ciò che cerco - rispose il fulgido catalizzatore, - oppure vengo trovato da ciò che non cerco. Ora, la tua riduttiva e deforme concezione dell'esistenza, formulata in tale similitudine che mi pare gravata e viziata oltre ogni possibilità di redenzione da un'inopinata quantità di vacua e nefanda stupidità, inutile in quanto vacua e tanto sciocca quanto banale, ha trovato me, e molto me ne rammarico. Ciononostante non ti serbo rancore, anzi, desidero aiutarti. Immagina ora di poter afferrare la vetta più alta, la più alta di tutte le vette - disse il magnanimo. - L'hai afferrata? Ora immagina di poterla capovolgere. Anzi, aspetta.
Vastley scomparve dalla stanza. In realtà non era scomparso: era solo uscito molto velocemente, seguito dallo sguardo dalla forma di vita che indossava inoltre calzoni grigi di tessuto simile al cotone e slip a righe nere verticali corredati da una firma non sua.
Riapparve, il fulgido, con un modellino in scala del monte Everest, alto una ventina di centimetri; ed un vaso colmo di terriccio morbido. Mise il vaso di fronte a Zanetti Federico e tra le sue mani il monte.
- Capovolgilo - disse. - Ora la punta, pochi secondi fa alla sommità del mondo, è orientata verso il basso. Ora conficca la montagna nella terra, tutta la montagna.
- Ma perchè? - chiese la creatura.
- Conficcala.
Il bipede conficco la montagna nella terra scura e simile, per consistenza, alla creta.
- Estraila, ora.
Il bipede estrasse la montagna dalla terra scura.
- Sembra creta, solo che è nera - commentò.
- Non pensare alle isole dell'Egeo, adesso. Dimmi invece che cosa hai ottenuto con la tua ultima azione - lo esortò il valido pensatore di pensieri.
- Ho sporcato la montagna di terra.
- No, stolto, guarda il vaso.
- C'è un buco.
- Proprio così. Profondo quanto la montagna era alta e vasto quanto vasta era la montagna.
- E allora?
- Non ci credo.
- Cosa?
- Che una persona possa essere così infinitamente, così abissalmente, così irrevocabilmente, così intollerabilmente.
- Stupida, maestro?
- No. Essere, solo essere. Il verbo, nessun aggettivo. Tu sei, e come ogni altra cosa che è sei infinito, abissale in quanto annidato negli abissi dell'ignoranza, irrevocabile in quanto il tempo non rientra su sè stesso e, cosa che non necessariamente si applica a tutto ciò che esiste, intollerabile a me.
Detto questo, Vastley atterrò la forma di vita con una mossa di judo. Non contento, le donò il monte Everest sporco di terriccio.
La forma di vita fu così commossa dalla magnanimità di Vastley che ottenne all'istante l'illuminazione. Divenne uomo e prese il nome di Gronandik, che nella lingua che egli stesso inventò sul momento significa "uomo che pensava nella sua stoltezza che un buco in un vaso pieno di terriccio non significasse nulla e fu poi illuminato da Vastley, sublime inventore, magnanimo tra i magnanimi", vendette la giacca ma conservò il fiore che infilò tra i capelli che da quel giorno lasciò crescere ed oggi può essere incontrato sulle spiagge deserte di Giava, dove insegna ai granchi elementi di geografia, con un fiore appassito tra i lunghi capelli.

venerdì 12 ottobre 2007

Il Club del Martedì

Buonasera, vorrei entrare.

No.

No?

No.

Ma lei chi è, scusi?

Non è affar suo.

Questo è il club dei lettori di copertine, non è vero?

Certo che lo è, non vede? C'è scritto.

Beh, io sono un socio, e vengo qui ogni martedì.

Si vede che le piacciono le copertine.

Esattamente. Così, se lei mi lasciasse entrare, potrei, come ogni altro martedì, recarmi al club.

Ha la tessera?

Certo, ecco.

Vorrei vedere anche la sua carta d'identità, per favore.

Prego.

Non assomiglia molto alla fotografia.

L'ho fatta anni fa. L'aspetto della gente cambia con gli anni. Senta, ora io sono molto paziente, ma...

Certo, è vero. Infatti è un piacere controllare i suoi documenti. Bene, tenga.

.....

.....

.....

.....

Beh, mi fa passare, allora?

No.

.....

E' inutile che mi guardi così. Senta, io non la lascerò mai passare. Mai. Ha capito? Nemmeno se venisse con una autorizzazione firmata dal sottosegretario ai beni culturali.

Sono io.

Bene. E se ne resterà lì.

Beh, non sono il sottosegretario ai beni culturali, in realtà.

Perchè mi ha mentito?

Va bene, senti. Adesso smettiamola con le stronzate. Ora tu ti levi dalla porta ed io entro, va bene? Che ne dici?

Non credo proprio che succederà.

Oh, sì, invece.

Mi dispiace, amico. Non passerai di qui, è inutile, Perchè non te ne vai a casa? Stai solo perdendo tempo. Capisci? Te lo sto dicendo da amico.

Cavati dalle palle!

Spuh.

Chiamerò la polizia.

Bravo, proprio da finocchietto. Mamma, mamma, cìè un omaccio brutto che non mi fa entrare al circolo delle seghe. Perchè non provi a spostarmi tu? Perchè ti cachi sotto, ecco perchè. Perchè sei una cacca d'uccello, una schifezza. Perchè non hai le palle.

Ti consiglio di non provocarmi. Ho una laurea in ginnastica relativa, la mia forza è quindi più psichica che muscolare, può concentrare danni massicci nello spazio di una capocchia di spillo, gli effetti sono devastanti. Ma non voglio farti del male, hai capito? Voglio solo che mi lasci passare.

Ma vaffanculo.

.....

.....

.....

Vedo che cominci a capire che di qui non passerai mai. Mai. Nemmeno martedì prossimo, nemmeno quello successivo. Questa porta per te ormai è come se non esistesse più. Ogni martedì io sarò qui da quando il club apre a quando chiude, e se anche verrai diecimila volte, diecimila volte io sarò qui ad impedirti di entrare. Cominci ad afferrare?

Ma perchè? Ma chi sei, cosa ti ho fatto?

Sono affari miei.

Perchè? Devi dirmelo!

Perchè mi diverte e mi stimola.

Maledetto, maledetto. Ma quando io sarò morto il mio fantasma tornerà a tormentarti notte dopo notte, giorno dopo giorno, finchè non ti avrò trascinato con me all'inferno.

Basta che non cerchi di entrare.

Sono Attila, il re degli Unni! Ti ordino di spostarti!

Poveretto.

martedì 9 ottobre 2007

Il Sapore dei Maestri del Jazz

talvolta quando il sole arroventa l'ottone della balaustra sul terrazzo e sempre quando il vento irrompe urlando da nord la musica si dilata nell'aria quieta della stanza come un fiore carnoso. tiptap, tiptap, le dita battono sulla scrivania in noce - non albero, ma gusci, noci di sorrento - e la matita corre sulla carta perseguendo l'illusione di una forma che sia finalmente unica, definitiva, inequivocabile.
a volte l'apparato masticatore destruttura biscotti, a volte pasticcini, a volte cornetti di mais al formaggio. a volte nella tazza rosseggia karkadè, altre volte freme la nera bevanda, quindi può apparire la placida profondità del tè.
tardi, tardi nel cuore della notte le matite, i cibi, le tazze e le bevande vanno a dormire. la musica dissolve lentamente. la luce si spegne.

Come Vuoi Essere?

Facciamo così che adesso ti immagino e ti scrivo, che ne dici? Tu sarai il protagonista, e ti faccio fare una bella avventura come piace a te. Scegli tutto tu, va bene?

Mi puzza di fregatura.

Ma come, se ti dico che sceglierai tutto tu. Dai, come vuoi essere?

Alto, bello, capelli neri, struttura atletica ma non massiccio, brillante e strafottente, QI 170.

Non posso creare un personaggio così intelligente se nemmeno io lo sono. Posso farti al massimo come me.

Visto che era una fregatura?

Visto che ti ho fatto strafottente?

Già, è vero. E poi mi è venuto così naturale, non me ne sono neanche accorto.

Allora, adesso cosa vuoi fare?

Dormire. Svegliami domattina alle undici con un caffè.

SAAS

Buongiorno, sono della Società per l'Apprezzamento di August Strindberg, d'ora in avanti, per brevità, SAAS. Lei conosce le opere di Strindberg?

Senta, ma lo sa che ore sono?

No, che ore sono?

Le tre di notte.

L'ora migliore per apprezzare un'opera di Strindberg. C'è ancora tanta gente che pensa che la notte sia fatta per dormire, ma, parte grazie alle emittenti televisive che trasmettono pornografia nelle ore notturne, parte grazie alla nostra attività informativa, molti si sono ricreduti. Tanti. Lei non immagina quanti. Dica una cifra.

Sei.

Suvvia, un po' di più.

No, è l'ora alla quale dovrò alzarmi domani mattina per andare al lavoro.

Ah, ma lei lavora.

Perchè, lei come si guadagna da vivere?

Questo non la riguarda. In realtà il tema della nostra conversazione era l'opera di August Strindberg. Lei conosce?

No.

Chiaro, un subumano così...

Ma come si permette?

Stia zitto. Strindberg ha scritto numerosi drammi. Ne ho qui uno. Glielo posso leggere, se vuole.

Non voglio che mi legga niente! Voglio tornare a letto! E subumano sarà lei!

Non resista al vento della cultura. Lei ha diritto di sapere, e saprà!

Levi il piede dalla porta!

La mia forza fisica è soverchiante.

Urrrgggg....

Ecco fatto. Ora possiamo chiudere la porta. Mi aspetti pure in soggiorno, io intanto mi recherò in bagno a urinare.

.....

Ah, eccoci qua. Ora leggerò Spoeksonaten, naturalmente nella versione originale in lingua svedese.
Si rilassi, chiuda gli occhi e cerchi di vedere...

Con Quante O si Scrive Niente?

Una cavità che non contiene nulla, sfera cava scagliata nelle profondità dello spazio, priva di volontà, priva di causa o effetto, mai percepita da nessuno ed essa stessa incapace di percezione.
Era difficile immaginare qualcosa di più inutile, a parte forse i film con Alvaro Vitali.
Riflettei su questa sfera. Esisteva veramente o era solo un prodotto della mia immaginazione, quantunque inferiore ad altri?
Essa vagava nelle profondità dello spazio - un'indicazione piuttosto vaga, se riteniamo che lo spazio sia altrettanto profondo ovunque - e non era mai stata percepita da uomo, strumento o animale.
Fosse o no un prodotto della mia immaginazione era facile da stabilire: lo era. Non avendola mai vista nè in alcun modo percepita, non potevo altro che immaginarla. Esistesse o meno, questo era già più complesso da stabilire. Come ipotesi mi pareva improbabile, ma non sapevo come avrei potuto dimostrare la sua inesistenza. Ora non mi resta che contare le O.

venerdì 5 ottobre 2007

Epilogo

- Vorrei un'invenzione abbastanza assurda da dare un senso alla mia vita - disse l'uomo dal cappotto grigio.
La sua voce era perfettamente intonata al suo aspetto esteriore - una specie di T.J. Hooker appena approdato alla quinta laurea e con un orecchio particolare per certi ritmi sincopati che non t'inducono in genere a ballare, ma possono costringerti a tenere il tempo con il piede per ore.
Inoltre, egli sfoggiava un paio di lenti di forma ordinaria che portava soltanto per vezzo, pur vedendo benissimo.
Vastley, l'inventore, lo osservò in silenzio per alcuni minuti, poi all'improvviso mosse rapidamente verso di lui e lo atterrò con una mossa di judo.
- Ti sembra sufficientemente assurdo? - chiese.
- Sì - rispose l'uomo dal cappotto grigio rialzandosi. Scosse la polvere dal cappotto e la osservò con aria critica mentre questa non faceva altro che sollevarsi dal tessuto in nubi impalpabili che ricadevano presto a terra. - Ma non ha dato un senso alla mia vita.
- Beh, quello è già più difficile - ammise l'inventore. - D'altro canto non preferiresti forse un'invenzione sensata che rendesse assurda la tua vita?
L'uomo guardò Vastley con la bocca spalancata.
- M...mio dio... - farfugliò. La risposta, giuntagli come un fulmine, era nascosta tra le parole dell'inventore: essa era la verità.
L'uomo dal cappotto grigio fu illuminato. Ora era una persona nuova, una persona alla quale non piacevano i film belgi. Molti uomini erano stati illuminati dalle parole di Vastley.
- Ti chiamerò...Idiota! Ti piace questo nome? - disse Vastley.
- È bellissimo, maestro.
- Ed ora...va'.
Profondendosi in inchini e salamelecchi, l'uomo dal cappotto grigio se ne andò. Vendette il suo cappotto per pochi spiccioli, cosicchè perse l'unico suo tratto distintivo e divenne solo l'uomo, detto anche Idiota, detto anche la frittella di Vastley con le prugne.

lunedì 1 ottobre 2007

Il Pianeta Fertile

Kusumalli guardò l'argentea sagoma dell'argentea astronave scendere con grazia verso la superficie del pianeta fertile, Kadibadiba, superficie alla quale le piante dei tre piedi di Kusumalli erano saldamente ancorate grazie agli arpioncini chitinosi di cui erano ricoperte.
- Oooooh! Esaltante sensazione di godimento estetico! - disse Kusumalli, ammirando il velivolo.
A quel punto, i propulsori posteriori a repulsione tachionica dell'astronave entrarono in azione con grande frastuono.
- Aaaaah, immensa sensazione di lacerante dolore fisico! - gridò Kusumalli, che si trovava esattamente al centro dell'area investita dai propulsori, iniziando ad assomigliare ad una palla di fuoco.
- Uuuuuh! Esasperante sensazione di fortissima pena unita ad una netta sensazione di compressione che mi leva il fiato! - urlò anche, quando l'astronave atterrò su di lui. Milleduecento milioni di tonnellate: l'astronave era un cargo spaziale carico di frutti del pianeta Udù.
- Che brutta giornata - disse Kusumalli.

Lezione di Geografia

- Sei un mio amico, vero Giacomo? - chiese Vincenzo.
- Sì - disse Giacomo, appioppandogli un ceffone. Vincenzo accusò il colpo, ma tornò immediatamente di buon umore.
- Qual'è la qualità che ti piace di più in me? - chiese.
- Sei un buon incassatore - concedette Giacomo.
- E il mio difetto più grande?
- A volte cerchi di schivare - disse Giacomo, partendo con un nuovo ceffone più forte del primo che Vincenzo schivò arcuandosi leggermente all'indietro.
- Schivato! - rise.
- Idiota - mugugnò Giacomo a denti stretti.
- E adesso cosa facciamo? - chiese Vincenzo.
- È il momento della tua lezione di geografia, scimpanzè d'un deficiente d'un analfabeta. Siediti al tavolo blu.
Giacomo prese l'atlante e lo aprì sul tavolo, pagina a caso, poi sedette di fronte al fratello minore che già scrutava la cartina fremendo d'impazienza.
- Cosa raffigura questa carta? - chiese Giacomo.
- Masse continentali circondate dal mare!
- No, cretino! Che posto, che continente è?
- L'Asia. E c'è anche un pochino d'Europa.
- Bravo. Che parte d'Europa?
- La penisola di Kola, la Russia, parte della penisola scandinava, eccetera.
- Qual'è la capitale dell'eccetera?
- Undsoweiter!
- E della penisola scandinava?
- Sono tre!
- Non è Sonotrè, idiota.
- Ma no, volevo dire che ci sono tre nazioni: Norvegia capitale Oslo, Svezia capitale Stoccolma e Finlandia capitale Helsinki.
- E bravo il nostro genietto.
- Grazie.
Giacomo partì con un manrovescio di potenza apocalittica, ma Vincenzo riuscì ad abbassare la testa in tempo.
- Idiota, idiota d'un minorato d'un babbuino mentecatto - mugugnò Giacomo a labbra serrate.
- Fammi qualche altra domanda - disse Vincenzo.
- La principale risorsa del Perù.
- Il guano.
- Ma sei scemo?
- No, è vero. La cacca dei pipistrelli.
- Sei tu un pipistrello. È il tuo cervello che è fatto di cacca. Dimmi la principale risorsa del Perù altrimenti ti strozzo con le tue stesse budelle.
- La pesca.
- E l'albicocca?
- Dell'Ecuador.
- Il nome del re del Perù.
- Ma il Perù non è una monarchia.
- Beh, e tu dimmelo lo stesso.
- Ludovico Almodòvar de la Gran Cucanha Alfonso Ramirez do Nascimiento detto Pelè!
- E bravo il nostro genietto. Adesso vieni qui che ho voglia di darti un sacco di pugni che mai ne presi tanti in vita tua.
- E poi facciamo storia?
- E poi facciamo storia.

Un Uomo Libero, un Uomo Prigioniero e Morale

Un Uomo Libero

Sono libero e selvaggio e posso fare quello che mi pare, per cui se mi va di afferrare una manciata di spaghetti freddi e farla roteare sopra la mia testa non vedo proprio chi può impedirmelo disse Federico ma Teo gli fece notare che si sarebbe sporcato le mani e forse anche i capelli e Federico disse che cazzo me ne frega? ah. cazzi tuoi, disse Teo, sono proprio cazzi tuoi, ma io non vedo perchè dovresti fare una cosa così idiota perchè sono LIBERO! disse Federico. O! E vaffanculo ma Teo si offese e uscì sbattendo la porta e Federico disse O, poi cucinò duecento grammi di spaghetti, aspettò che si raffreddassero e infine mise in atto il suo proposito e pensò beh cazzo Teo non aveva mica tutti i torti ma ormai era troppo tardi.

Un Uomo Prigioniero

Non posso mai fare quello che mi pare disse Teo mentre Federico fa tutto quello che gli pare e ne gode e si diverte ma perchè non posso essere come lui? Beh, merda, adesso voglio essere libero anch'io, libero, LIBERO! disse, e mise a cuocere centosettanta grammi di spaghetti poi attese che si fossero raffreddati e infine afferratane una manciata la fece roteare sopra la testa accompagnando l'azione con suoni inarticolati e si sentì subito meglio e disse tiè, questo è un gesto rivoluzionario, questo è l'inizio di una nuova vita, dannazione e vaffanculo, Federico aveva ragione avrei dovuto ascoltarlo ma non è ancora troppo tardi.

Morale

È nella natura degli spaghetti di poter essere roteati, ma bisogna aspettare che siano freddi.

sabato 29 settembre 2007

Credi

Mi dicono alcuni amici: dovresti credere di più in te stesso. In me stesso? Ma santiddio, è in effetti l'unica cosa in cui credo.
Credo di avere le mani: eccole. Eccole qui, due.
Occhi: se non ci fossero, come potrei vedere le mani?
Piedi, gambe, addome, tutti al proprio posto.
E non devo far altro che produrre un suono con qualsiasi parte del corpo per confermare l'esistenza delle orecchie.
E così via. Più difficile è credere alla schiena. Ma devo supporre che ci sia, altrimenti la testa non starebbe su.

Continui Ho Finito

Nel paese di Roccafridda gli abitanti erano divisi in due opposte fazioni. Taluni preferivano farsi i cazzi propri, mentre altri erano sempre desiderosi di aiutare il prossimo. Possiamo chiamare questi due gruppi rispettivamente Funghi e Rampicanti. Dove c'è un Fungo che sta pensando agli affari suoi, felice nella sua spugnosa indifferenza, ecco arrivare un Rampicante che s'abbarbica lungo un tronco caduto tra le foglie secche del pioppeto. Ecco, lo sapevo, ho scazzato tutto. Non riesco mai a combinare niente.

Dai, non ti abbattere, Puoi tentare ancora, no? Guarda, io sono qui, ti ascolto.

Ero partito così bene. Una spiegazione così chiara, così ben congegnata. E poi, per cosa. Sapevo già da prima che non sarei mai arrivato alla fine, alla conclusione logica. E tutto a causa di un nome, dottore, ci pensi. Un nome.

L'uomo. L'uomo ha sempre sentito la necessità di dare un nome alle cose, agli avvenimenti, ai concetti. Esprimi un nome e un concetto appare, chiaro, delineato, con le sue infinite diramazioni. Ora, quando il nome non trova corrispondenza con l'elemento da indicare, accade che le direzioni si confondano, che venga a mancare dentro di noi quella chiarezza che ci consente, ci permette, ci mette in grado di sondare l'infinito dispiegarsi della nostra personalità che splende come un fiore di siderea purezza tra gli astri del firmamento silente.

A volte, dottore, ho l'impressione che Lei mi stia prendendo per il culo.

Potresti analizzare questa sensazione e trarne diverse conclusioni.

Io penso di essere un Fungo, secondo la definizione che ne ho dato prima. Scusi se mi pettino. Però non credo che un fungo possa tollerare un carico di perniciose nevrosi quale è il mio, ma del resto forse un boleto potrebbe tollerarlo meglio in quanto sostanzialmente una massa spugnosa. Senta, dottore, io ho bisogno d'aiuto, non di stronzate. Lo sente quante cazzate dico? Lo sente? Lo SENTE?

Lo sento, lo sento.

Ho bisogno d'aiuto, non di stronzate. Già. Altrimenti posso anche psicoanalizzarmi da solo con le guide mensili di Giovani e Belle. Lo vede? Sto impazzendo. Guardi. Le piace questo balletto sulla sua scrivania? Ohp. Et voilà. Guardi come ora scaglio il suo elegante calamaio in alabastro contro la vetrata panoramica, distruggendoli entrambi. Ha capito di cosa ho bisogno, dottore?

Ho capito.

Bene, guardi ora come sto seduto in un atteggiamento di naturale compostezza in attesa che Lei mi dica qualcosa di veramente interessante.

Io preferisco la pasta un po' più durina che al dente.

Questa sì che è un osservazione interessante. Anche a me piace un po' dura, che si senta sotto i denti. Metto sempre il timer due minuti sotto il tempo di cottura scritto sulla busta. Poi di solito scolo la pasta sotto l'acqua fredda per fermare la cottura e la faccio saltare nella padella con il sugo.

Anche io di solito faccio così. È possibile che questo rifletta conflitti irrisolti con la figura paterna.

Non capisco il suo ragionamento. Cosa La induce a pensare questo?

Il tempo di cottura segnalato sulla confezione epitomizza il concetto di autorità al quale noi evidentemente ci ribelliamo non accettandolo e fissandolo ad un valore inferiore seguendo criteri di giudizio interamente soggettivi.

Interessante, continui.

Ho finito.

Beh, mio padre era un pirla totale. Beveva, giocava, era manesco. Un mostro. Morì durante un intervento di liposcultura addominale.

Ma non è un operazione pericolosa. Come può essere accaduto, se non ti dispiace riportare alla luce questi ricordi?

Mio padre era il chirurgo. Inciampò in un cavo e batté il capo contro un lavello di alluminio. Aneurisma, coma e morte. Io e mio fratello restammo soli con mia madre che però bevevo, giocava ed era manesca.

Giocava a carte?

Al supernintendo. Quasi tutto il giorno. Era mezza scema. Mio fratello invece scomparve sedici anni fa durante una battuta di caccia al coccodrillo. Tutti pensavano che fosse stato divorato, ma io credo in realtà che sia scappato per farsi una nuova vita da qualche altra parte, forse nel Tennessee, o in Cornovaglia, o a Ulan Ude.

Parlava spesso di questi luoghi?

Sì. Spessissimo. Due palle che non ti dico. Poi non s'era neanche mai mosso da casa. Non sapeva nulla di questi posti.

Allora cosa lo attraeva di essi?

Pensava che avessero dei nomi particolarmente stronzi. Tutte le volte che ne diceva uno scoppiava a ridere. Delle volte lo facevano ridere anche Bergamo e Bassa Sassonia, ma di quelli non ha mai espresso il desiderio di andarci ad abitare.

E tu trovi divertenti questi nomi?

Come una sassata in una rotula.

A proposito, qual è la tua pasta preferita?

Mi piacciono molto i fusilli, ma naturalmente dipende poi anche dal sugo.
Sì, ci vuole la pasta adatta. Se si parla di pesto, ad esempio, le linguine sono pressoché inevitabili.

Anche gli gnocchi sono ottimi col pesto. Sia quelli bianchi che quelli verdi.

Davvero sono così buoni? Non li ho mai provati. Come li fai?

Metto a cuocere gli gnocchi, li tolgo dall'acqua e poi li faccio saltare un minutino in una padella con il pesto e forse qualche tocchetto di patata bollita.

Allora è come per le linguine.

Se con le linguine fai così, sì.

Bene, ti senti più rilassato, ora?

Abbastanza.

Allora se non ti dispiace potremmo riprendere il discorso dei funghi e dei rampicanti.

venerdì 28 settembre 2007

Mento

Adenoido entrò di corsa nell'ufficio del capo come un cavo elettrico avvolto nel cotone.
Il capo stava in quel momento copulando con un portamatite in alabastro.
- Ma capo...- disse Adenoido.
- Taci. Non vedi forse che sto per essere travolto da un'ondata di piacere quasi intollerabile? Uaaaah! - gridò, eiaculando nella suppellettile. - Ah, è stato veramente intollerabile. E tu che cazzo vuoi?
- Il prezzo della bauxite è crollato, la quotazione del manganese è alle stelle e nonostante la Scozzi & Libelli sia in netto ribasso c'è la speranza che stasera il tempo sia insolitamente inclemente.
Il capo si grattò il mento.
- Cosa dobbiamo fare? - chiese Adenoido.
- Grattiamoci il mento.

giovedì 27 settembre 2007

Sigarette Toste

Buongiorno. Sto cercando lavoro e così mi chiedevo se voi non avreste per caso necessità di una persona.

Ma noi abbiamo sempre bisogno di persone. Mi dica, lei cosa sa fare?

So imitare il canguro.

Temo che non abbiamo necessità di imitatori di canguri, in questo periodo. A noi servirebbe uno...

Ma lo so fare solo io a questo livello. Poi ai clienti australiani piacerebbe sicuramente moltissimo.

Non abbiamo molti clienti australiani. In realtà a noi serve uno smistatore di cicche di sigaretta.

Capisco. E il mio compito quale sarebbe?

C'è da vuotare tutti i posacenere in un contenitore di plastica per poi separare le cicche dov'è rimasto un po' di tabacco da quelle sfruttate fino in fondo. Il tabacco così ottenuto passa ad un altro reparto dove vengono confezionate nuove sigarette. Poi io le fumo e il ciclo ricomincia daccapo.

Capisco. Beh, penso di riuscirci.

Mah, non so. Vedo che lei ha le dita ingiallite, quindi è un fumatore. Lei fumerebbe le cicche.

Ma no, no. Io fumo le Toxophil. Non fumerei mai delle cicche, l'assicuro.

Intende forse dire che le cicche non sono buone? Così lei mi offende.

Non intendevo offenderla. Solo che io non fumo...

Va bene, va bene. Lasciamo stare. Sono disposto a darle una possibilità. Ma sappia che qui dentro si LAVORA, non si sta qui a girarsi i POLLICI. A me serve un elemento valido che LAVORI e che abbia l'intelligenza di capire quando una sigaretta è finita e quando invece c'è ancora qualcosa da fumare. E metta le sue cicche da un'altra parte perchè le Toxophil mi fanno schifo. Io fumo solo le Mòrtifer Nere. Le piacciono?

Ma, ecco, ne ho fumata una qualche volta ma non ricordo bene che gusto avessero.

Sono sigarette TOSTE. Ne prenda una.

Grazie.

Su, tiri, non faccia il FROCETTO.

Cough, cough.

Le trova pesanti? Non ce la fa?

No, ho solo un po' di...cough...tosse...

Se la sento tossire un'altra volta le spengo la sigaretta dove dico io.

Eh eh eh.

C'è poco da ridere. Dico sul serio. Ad altri è successo.

Capisco. Beh, ecco, adesso dovrei andare. La chiamerei nel pomeriggio per confermare la mia assunzione, se vuole scusarmi, avrei un impegno, e...

No.

Ma...

No. Lei resta lì. A fumare una delle mie Mòrtifer. Finchè non ha finito non se ne va. E che non la senta tossire.

No, sul serio, ho un impegno, è tardi e...

Voglio vedere che la ASPIRA. Uhm...

Ma...

Sì, mi sto masturbando, e allora? ASPIRI. Se prova a muoversi di lì le sparo una pallottola in faccia. Si sta cacando sotto, eh? Lei è proprio un frocetto. Aspiri. Mmmmmh...cacasotto d'un frocetto...godo...porca puttana, PORCA PUTTANA...aaaah! Ah! Aaaaaaah! GODO! Aaaaaah! E' troppo bello...mmmmh....ah...ah...aspiri....AAAAAAAAAAH!

Ehm...posso andare?

mercoledì 26 settembre 2007

Acquitrino

Un riflesso nell'acqua: una figura bruna e verdastra, il cielo lattiginoso, pesante di foschia. Sei e venti del mattino. La superficie dell'acqua esala volute di vapore che si attorcigliano ai lunghi stivali verdi affondati nell'acquitrino. La mano, guantata di giallo, sposta alcune canne. Il riflesso si spezza, l'uomo si muove. La canna grigia del fucile trattiene un riflesso biancastro. Le rughe sulla fronte, profondi solchi agitati ai lati da una fitta ragnatela di segni più minuti, tradiscono uno stato di quieta agitazione: una concentrazione profondissima.
Avrebbe dato chissà cosa per un biancore più crudo, più vivo. Poi azzurro, immenso. E lui nell'acquitrino. Il sole, dapprima rosso, poi giallo, intenso, caldo.
No. Doveva essere così.
Il fatto stesso che io possa immaginarlo, pensa, implica che tutto questo è reale in un piano dimensionale obliquo rispetto a questo. Ciò non lo aiuta. Gli stivali strisciano nella melma del fondo, facendo emergere alghe e detriti di origine vegetale.
Il cielo un vasto schermo bianco, di fastidioso baluginare. Un solo uccello, minuscola sagoma alata, lo attraversa interamente lungo l'asse sud-nord. Nessun suono accompagna questa azione.

Sincronia in Diciotto Sedicesimi

scrattarrzzarrasskkstrrr
suono di mondo
tonalità bestiale
tutti gridano, tutti i suoni
stridono
sentilo, fa male
alle orecchie
laceratimpani
sozzobestiale schifosuono
un tuono
e a fare il lampo
tutti i giorni del mondo
e le notti del mondo
e i giorni del mondo
le sere del mondo
le mattine del mondo
ogni azione nell'immondo mondo
delirio senza fondo

martedì 25 settembre 2007

Le mie sensazioni #003

Provai una sensazione indefinibile, poi saltai ripetutamente a piedi uniti gridando nomi di luoghi del sud-est asiatico e analizzai le mie sensazioni.

Poesia Empatica I

mi sono chiesto
se un sasso preferisca stare sulla strada
o in mezzo all'erba
così
identificandomi nel sasso
mi sono colpito con la punta della scarpa
e sono rotolato in mezzo al verde
fermandomi a due metri da un cespuglio
e mi sono sentito
effettivamente molto meglio

Poesia Subumana II

La televisione
mostra avvenimenti
dai cinque continenti.
La televisione
con i documentari
ci mostra pesci e alghe
dei sette mari.
La tele e la visione
ci tengono in contatto
con quel ch'è stato detto
e quel ch'è stato fatto
in giro per la terra
chi fa pace e chi la guerra
chi ruba e chi s'ammazza
chi si calma e chi s'incazza
a volte mi diverte
altre volte mi fa inerte.

sabato 22 settembre 2007

All'aria aperta

Facciamo un esercizio.

Che tipo di?

Come che allunghi le braccia in fuori inspirando, ti pieghi sulle gambe e torni su espirando.

Mi sembra fattibile.

Ok, allora. Facciamolo. Ohp.

Ohp.

Ohp.

Ohp.

Ohp…e uffff…ah, mi sento già meglio. Respira, respira bene quest’aria così pura, così intrisa di sentori balsamici.

La sento. È formidabile.

Ohp.

Ohp.

Beh, adesso basta.

Che fatica stare in forma, però.

L’hai detto. Ma noi siamo uomini.

Certo, è vero.

La fatica ci fa un baffo.

Certo, proprio così.

Possiamo fare quello che ci pare.

Puoi scommetterci il culo.

E allora ne facciamo altri tre.

(in coro): Ohp.

Ohp.

Ohp.

Ok, basta per adesso. Comincio ad avere una certa fame.

Sì, anch’io.

Dobbiamo metterci a caccia.

Ma ci vorrà un anno per prendere qualcosa. Io ho fame adesso.

Ti capisco. D’altro canto non abbiamo alcunché da mangiare.

Potremmo vedere se qui intorno c’è qualche fungo, non so…(frugando un cespuglio)…qualche bacca, delle piante commestibili…

Guarda caso ho trovato una scatoletta di Tulip nel cofano del Land Rover.

Meno male.

Andremo a caccia domani, magari cominciamo presto, così forse riusciamo a beccare qualcosa prima che ci venga fame.

O a pesca. C’è un ruscello qui vicini, senti?

Già, e vero.

È più facile pescare che cacciare. Poi dovremmo ancora costruire gli archi e le frecce, mentre nel cofano del Land Rover c’è una canna da pesca bellissima con tutti gli accessori possibili, e un sacco di esche di vari tipi.

Ci faremo una bella trota!

Proprio così.

Intanto apro la Tulip.

Non sarà mica scaduta.

Mah, non credo. Dov’è scritto?

Penso di sotto. Certo col caldo che fa nel cofano…senti se soffia, che se soffia vuol dire che c’è dell’aria dentro, cioè che la carne sta fermentando.

Questo scade solo dopo cinque anni.

Ah, sì, durano moltissimo.

Sono come le razioni dell’esercito. Durano un sacco.

Sì quelli verdi…ne ho mangiate un sacco, quando ero militare.

Dov’è che eri militare?

A Stromberga nel Viruli. Pessimo posto. Non c’era un cazzo. Mangiavo solo ‘ste scatolette, trincavo le bustine del cordiale e mi facevo un mare di seghe.

Cazzo.

Sì.

Io l’ho fatto a Rinimi, ero ad aviazione. Pilotavo jet. Mi sono divertito molto, però a quei tempi la mia donna stava ad Avosta, così mi facevo un sacco di seghe anch’io.

Beh, ci si fa un sacco di seghe quando si è militare.

Una volta me ne sono fatta una nel jet.

Ma va?

Sì, ma mica mentre volavo.

Certo che no.

Mi sarei schiantato. No, niente, era fermo. Dopo ho impiegato mezz’ora per pulire tutti gli strumenti di bordo. Ti lascio immaginare.

Pazzesco. Io invece in un carro armato.

Com’è stato.

Tosto. Mi sono identificato con la macchina. Poi in seguito, dopo, ho utilizzato lo stesso trucchetto con la mia ragazza.

Va là?

Sì, m' immaginavo di essere un carro armato. Duravo dei secoli che lei aveva duecento orgasmi.

Duecento?

Beh, per dire. Però molti.

Un carrarmato. Fantasioso. Mi piacerebbe sapere a cosa pensava lei nello stesso momento.

Chissà.

Magari a qualcosa di completamente diverso, come un cigno o come a qualche cosa di delicatissimo.

Già, chissà.

Io stavo con una donna che era sempre diversa in tutto e per tutto da come ero io. Non andavamo d’accordo su NIENTE. Però certe scopate…io m’immaginavo che lei fosse un vulcano nel quale dovevo infilare un cazzo gigantesco per frenare l’eruzione dando così la possibilità agli abitanti dei villaggi sottostanti di mettersi in salvo. Fatto ciò diventavo una saetta di fuoco che voleva stimolare, provocare l’eruzione. Certe eruzioni che non ti dico. Per cui, vedi, c’è una dualità.

Già.

Buona questa Tulip.

Sì, è anche calda.

Che ora abbiamo fatto venire?

A giudicare dalla posizione di Orione direi che sono le nove e un quarto.

Capisci l’ora dalla posizione di Orione?

No, guardo il suo orologio, ah ah ah!

Ah ah ah!


martedì 18 settembre 2007

Intraducibile

Intraducibile. Questa parola lo fissava da ore, immobile sulla pagina, pregna di sicurezza di sè e decisa a restarsene lì, sola, refrattaria a qualsiasi combinazione, elemento inerte posto all'inizio di niente.
Intraducibile. Perchè ho scritto intraducibile, pensa l'uomo che ha scritto intraducibile, che cazzo avevo in mente? Una parola solitamente suggerisce associazioni, ha qualche connotazione, può innescare un processo di pensiero.
Non questa, non adesso, non oggi.
Procediamo per negazioni.
Non c'era nessuna parola. L'uomo che avrebbe potuto scrivere intraducibile non aveva scritto nulla.
Così va meglio.
Ora era una pagina vuota a fissarlo da ore, immobile, pregna di sicurezza di sè e decisa a restarsene lì, sola, vuota, vuota e non bianca. L'uomo pensa, non pensa, prende una penna, l'appoggia, la prende, l'appoggia. Niente di tutto questo ha un senso, poichè quest'uomo, adesso, non scriverà nulla. La possibilità di scrivere intraducibile, una volta sua, gli è ora negata. Si distende innanzi a lui un'infinita pianura di negazione, il sole un cerchio bianco gonfio di bagliore, il cielo un immenso NO da un'orizzonte all'altro. No, non può continuare così.
Neghiamo tutto, tutto. Neghiamo la parola, neghiamo la pagina, neghiamo l'uomo e i suoi pensieri e le sue penne, e la stanza, e la città, e il suo pianeta, e il suo cosmo, neghiamo tutto questo, insieme, in un immane colpo di spugna.
E restiamo noi. Immobili.

Le mie sensazioni #002

Il quattordici settembre duemila e sette provai a convincermi che era il quindici. Quando vi fui riuscito andai ad acquistare un quotidiano e lessi la data. Ah, ma è ancora il quattordici, dissi, e analizzai le mie sensazioni.

Le mie sensazioni #001

Come? Cosa? Non capisco. Ah, quello. Questo? Glielo incarto? dissi. Poi analizzai le mie sensazioni.

Himalaya

I lacci delle scarpe annodati tra loro ti impediscono di camminare. Andiamo, quindi. Hai mai visto il colore dell'Himalaya al tramonto? Dove il muggito che fugge dalla mandria si disperde nell'aria sottile per dissolversi come un cristallo di ghiaccio nell'abbraccio prospettico dell'altopiano?
No, non l'hai visto. E nemmeno io, maledizione, ma almeno l'ho immaginato. Mentre sono qui, in Maremma, sdraiato su un letto di aghi di pino.
Per un momento avrebbe potuto essere vero; le vette, il clonk dei campanacci, l'aria rarefatta intrisa di sentore glaciale, le mie pulsazioni cardiache, Poi capii che poteva anche essere il Tirolo. Ho un parente che abita laggiù, ma non lo conosco. Perchè questa inconsistenza? Perchè scrivo, perchè penso all'Himalaya?
Non so nemmeno se le mucche ci siano per davvero. Con i musi umidicci, la nebbia che gli esce dalle nari. Con pigri colpi della coda allontanano le mosche, fastidiose, ronzanti, a grappoli. Poi, un fulmine. La stalla è in fiamme! Il contadino s'affanna a far uscire le bestie, cade una trave incendiata, lo uccide. E invece poteva essere su un altopiano dell'Himalaya. Felice, con tutte le sue bestie e tutte le sue mosche.
Sciocco, sciocco villano incapace di abbracciare la vastità del mondo e la volta celeste. Non era neppure in grado di montare un parafulmine.
Andiamo, allora. Via da questa monotono sbucciar calendari. Levati le scarpe, se non riesci a sciogliere il nodo. L'Himalaya si fa beffe dell'altezza del tuo tacco. L'Himalaya è alto. Privo di passi autostradali. Da qualche parte ho letto che bisogna salire a piedi.

venerdì 14 settembre 2007

Dialogo #27

Nome.

Thorbjoern Per-Aarne Sigurdsson.

Questi nomi qui andranno bene a casa sua, ma qui no. Nome.

Filippo Rossi.

Ah, ecco. Nato a?

Wellington, Nuova Zelanda.

No, no, no, non ci siamo.

Cernusco sul Lambro.

...s u l L a m b r o. Titolo di studio?

Laurea in lingue orientali, medicina e specializzazione in bioetica con...

No, no, no.

Maturità classica?

Meno, meno.

Licenza media?

Con quante T?

Mah, nessuna.

Faccia poco l'intelligente, che qui gli intelligenti non piacciono a nessuno. Senta, adesso lei mi ha proprio rotto i coglioni. Lei è una mmerda, capito? Una mmerda.
M m e r d a. Eccotelo qua il titolo di studio. Dove ha lavorato fino adesso?

Allora...

Faccio io, và, che facciamo prima. Lavapiatti...succhiava cazzi nei cessi della stazione per pochi euro...

Ma non può scriverci quello!

Ah ah ah ah! Stavo scherzando, valà valà. Se voglio naturalmente ce lo scrivo davvero, ma via...anzi, ce lo scrivo sul serio! Alè! Ah ah ah ah!

Ma...

Dovrebbe leggerlo! Senta un po' qua: Filippo Rossi, nato a Cernusco sul Lambro, titolo di studio mmerda, esperienze di lavoro precedenti: lavapiatti e succhiava cazzi nei cessi della stazione per pochi euro! Aaah ah ah! Ma lei è proprio un disgraziato! Aaaah ah ah! E noi dovremmo dare da lavorare a un disgraziato così? Ma va...

Ma niente di tutto quello è vero! Io...

Cosa? Vuole forse dire che mento? E' questo che vuole dire? Ma io ti spacco la faccia con queste mani, ingrato d'un barbone...e uno cerca anche di dargli un lavoro...come ti chiami? COME TI CHIAMI?

T..Thorbjoern...

NO! TU HAI UN NOME COME TUTTI GLI ALTRI, STRONZO!

F...Filippo Rossi.

Non Proprio Solo

Ah, come amo questa solitudine, questa incolmabile distanza tra me e gli avidi occhi del mondo!

Per la verità non sei proprio solo.

E tu chi diavolo sei?

Sono il silenzioso testimone della tua solitudine.

Allora stai zitto.

Silenzioso perché faccio poco rumore quando cammino. Guarda.

Accidenti, sei proprio silenzioso.

L'hai detto. Una volta ho anche vinto una scommessa con uno che diceva che non potevo camminare silenziosamente sulla ghiaia. Naturalmente ho dovuto esercitarmi molto. Sai, c'è gente che impara lingue straniere, gente che impara a fischiare…io ho imparato questo.

Bravo. Ed ora lasciami solo, per favore.

Ma devo essere il silenzioso testimone della tua solitudine.

Ma se tu stai qui con me non posso essere solo, capisci?

Maledizione, è vero.

Quindi buonasera.

Fai finta che non ci sia.

Non essere ridicolo.

Potrei forse nascondermi da qualche parte, ecco, è un idea magnifica. Io mi nascondo, e tu cerca di essere spontaneo. Mmm…vediamo…

Senti…

…magari sotto la tavola. Ottimo, per essere testimone dei tuoi pasti solitari…o forse…

Ehi!

Beh, cosa c'è?

Voglio che tu te ne vada. Adesso.

Ma…

Ascolta, non voglio usare le maniere forti. Prova un po' a pensare. Anche se tu ti nascondessi, io saprei che tu sei qui nascosto da qualche parte. Non potrei essere spontaneo. Mettiti nei miei panni. Sei a casa tua e tutto quello che vuoi è stare lì da solo a farti gli affari tuoi, solo che poi arriva un tipo che non conosci neanche e va a nascondersi da qualche parte. Non ti sembra irritante?

Non so. Non mi è mai successo.

Beh, è quello che sta succedendo a me!

Accidenti, mi dispiace. Posso fare qualcosa per aiutarti?

Vattene! Vattene! VATTENE!

Dì, ma ti succede sempre così quando stai da solo? Queste esplosioni di furore irragionevole…questa asocialità…amico, tu hai bisogno di aiuto. La solitudine non ti è di molto giovamento, a quanto pare.



Che ne dici di una partita a carte?

mercoledì 5 settembre 2007

Essi

Essi fuser lo metallo e ne fecer statue ed armi ed innumeri altri oggetti d'ogni credo e colore. Specchi variopinti; crocette e palline. Tale è lo potere de lo metallo.
D'esso far taluni oggetti, robusti o leggieri come piume, quantunque dato il caso ch'essi fosser pesanti, non più tempo occorrerebber loro per giungere a lo suolo da la cima de la torre.
Ed essi lo fusero. Bensì non il gittaron da la torre, bensì fecer tesoro d'esso. Lo splendor d'oro e d'argento di cui veruno è desioso, lo tintinnar giocondo d'innumere monete fior di conio, oggetti d'ogni colore e credo, specchi variopinti; tale è lo potere. Ed essi ne fecer palline. Bensì statue ed armi e non più tempo, quantunque essi lo fusero. Veruno e crocette. Lo potere e la cima de la torre. Lo suolo e lo tintinnar d'ogni colore e credo e la cima, quantunque non gittaron, bensì lo fusero. Lo metallo. Essi.

Poesia Subumana I

Quando sono nato
non sapevo di esser nato.
L'ho scoperto solo più tardi
quando ormai era già stato.
L'avessi saputo allora
avrei dato all'evento
maggior significato.

Il Pretesto dei Congressi

Dottore, ho come l'impressione che - ma no, è più di un'impressione, la sento come una certezza. Sento che tutto è inutile, che qualunque cosa io faccia non conta, nè conterà mai, un cazzo.

Infatti è così.

Lei crede dunque come me che la vita non sia altro che un casuale accavallarsi di eventi insignificanti?

Sono convinto che la sua vita sia così. La mia conta. Ho una BMW enorme, un sacco di soldi, villa al mare e in montagna, con il pretesto dei congressi sono sempre in viaggio in posti fantastici e ho tutta la figa che mi pare. Senza contare tutte le nullità disgraziate come lei che vengono qua convinte che io sia un dio. Il suo tempo è scaduto. Seicento euro, grazie.

Un Approccio Creativo al Problema

Un prudente paio di baffetti, sottili baffetti, sottili, due tenui zebrature appena sopra il rosa esangue del labbro superiore.
Un cauto coltivatore di nonsense. A dodici anni ebbe la visione di un fulmine come di un albero elettrico, le radici affondate nelle nubi, uno scintillante attacco alla terra, crepitante di fredda furia, non il lento progresso dei rami verso il sole.
A diciassette anni aveva detto: io sono l'albero elettrico.
Mentiva.
Con precauzione si era spinto fuori dalla pubertà.
Poi rimase fulminato nella vasca da bagno.
La radio.
Per cui non parleremo di lui. Molti l'hanno già fatto, spesso a sproposito. L'ammirazione si mescola al disprezzo. C'è chi gli attribuì poteri sovrumani. Forse li possedeva. Forse essi possedevano lui. La questione non è stata ancora chiarita. A lui non interesserebbe.
Con circospezione affermerebbe: sì, li ho. E allora? L'interlocutore non saprebbe cosa rispondere. Beh, uno dovrebbe...mah, se li avessi io...vedi, io penso...tu pensi? Tu pensi? Reagirebbe. Io penso. Tutti pensiamo. Io penso. Non mi è di nessun aiuto. Mi piace ascoltare la radio mentre faccio un bel bagno che mi lava il mondo di dosso; e la sua corruzione; e la sua pruriginosità; e la sua sostanziale insensatezza.
Avrebbe almeno potuto radersi quegli stronzi baffetti.

venerdì 31 agosto 2007

Possesso di 2 cmq di Universo

ho scritto molte poesie
chissà che bello
è stato
farlo
seduto sdraiato al tavolo dove si mangia
a letto
sedie scrivanie all'aria aperta in autostrada
sul divano
poltrona, con o senza
accompagnamento
musicale
nella lava
male
su nubi
piacere insensibilità
e anche
se ti becco
il pesce
la fine del film
le ragazze la licenza di entrare in possesso
dell'omonimo volume
fortuna fortuna fortuna
fortuna fortuna fortuna
quartina quartina rima
sonetto supponiamo cucina
sui gatti
e sul piacere d'esser vivo
sì, vivo
così piacevolmente
insensitivo
pesante, con o senza
accompagnamento
musicale
ho elaborato diverse
composizioni
smettere
impossibile
proseguire
invivibile
ma è molto semplice
basta partire, la mano
va dove vuole
quando canti canta per me
solo per me
canta per me
solo per me
solo per me
mattina
pomeriggio
sera
notte
pietà, con o senza
accompagnamento
musicale
canta
e canta
prima della guerra
ragazze
dal pavimento bagnato
imperfezione
ogni azione
sulle ali
l'autobus il sonno
e i giorni del mondo
come uomo canta
come donna canta
come carne illacerata
come ogni
tutto
animale
di tendine e pelo
vibrante
ladro
ladro, con o senza
accompagnamento musicale
i minuti
che parli
ad assumere
e inorridire
altre volte
esemplari
si contorcono
impatto con la superficie
il pesce
tutti i giorni del mondo
dice un elemento necessario
aveva un telefono cellulare
vedo nell'opera umana
giorno
a persone di maggiore inconsapevolezza
t'inseguono i rumori della strada
diverso, il mondo è piccolo
avendo letto
ho scritto
esci
quattordici
facile per me
facile facile facile
FACILE facile
facile
facile facile FACILE facile
facile
facile

La Strada

strada grigia
lucente in caso di pioggia
bianca in caso di neve
in caso di freddo intenso
ghiacciata
dimmi:
sei felice?
o risenti il camion
che grave ti percorre
o l'artiglio della macchina
sportiva
o il passo incerto
dell'ubriaco a tarda notte
o di tutto questo pensi
chi se ne fotte