sabato 29 settembre 2007

Credi

Mi dicono alcuni amici: dovresti credere di più in te stesso. In me stesso? Ma santiddio, è in effetti l'unica cosa in cui credo.
Credo di avere le mani: eccole. Eccole qui, due.
Occhi: se non ci fossero, come potrei vedere le mani?
Piedi, gambe, addome, tutti al proprio posto.
E non devo far altro che produrre un suono con qualsiasi parte del corpo per confermare l'esistenza delle orecchie.
E così via. Più difficile è credere alla schiena. Ma devo supporre che ci sia, altrimenti la testa non starebbe su.

Continui Ho Finito

Nel paese di Roccafridda gli abitanti erano divisi in due opposte fazioni. Taluni preferivano farsi i cazzi propri, mentre altri erano sempre desiderosi di aiutare il prossimo. Possiamo chiamare questi due gruppi rispettivamente Funghi e Rampicanti. Dove c'è un Fungo che sta pensando agli affari suoi, felice nella sua spugnosa indifferenza, ecco arrivare un Rampicante che s'abbarbica lungo un tronco caduto tra le foglie secche del pioppeto. Ecco, lo sapevo, ho scazzato tutto. Non riesco mai a combinare niente.

Dai, non ti abbattere, Puoi tentare ancora, no? Guarda, io sono qui, ti ascolto.

Ero partito così bene. Una spiegazione così chiara, così ben congegnata. E poi, per cosa. Sapevo già da prima che non sarei mai arrivato alla fine, alla conclusione logica. E tutto a causa di un nome, dottore, ci pensi. Un nome.

L'uomo. L'uomo ha sempre sentito la necessità di dare un nome alle cose, agli avvenimenti, ai concetti. Esprimi un nome e un concetto appare, chiaro, delineato, con le sue infinite diramazioni. Ora, quando il nome non trova corrispondenza con l'elemento da indicare, accade che le direzioni si confondano, che venga a mancare dentro di noi quella chiarezza che ci consente, ci permette, ci mette in grado di sondare l'infinito dispiegarsi della nostra personalità che splende come un fiore di siderea purezza tra gli astri del firmamento silente.

A volte, dottore, ho l'impressione che Lei mi stia prendendo per il culo.

Potresti analizzare questa sensazione e trarne diverse conclusioni.

Io penso di essere un Fungo, secondo la definizione che ne ho dato prima. Scusi se mi pettino. Però non credo che un fungo possa tollerare un carico di perniciose nevrosi quale è il mio, ma del resto forse un boleto potrebbe tollerarlo meglio in quanto sostanzialmente una massa spugnosa. Senta, dottore, io ho bisogno d'aiuto, non di stronzate. Lo sente quante cazzate dico? Lo sente? Lo SENTE?

Lo sento, lo sento.

Ho bisogno d'aiuto, non di stronzate. Già. Altrimenti posso anche psicoanalizzarmi da solo con le guide mensili di Giovani e Belle. Lo vede? Sto impazzendo. Guardi. Le piace questo balletto sulla sua scrivania? Ohp. Et voilà. Guardi come ora scaglio il suo elegante calamaio in alabastro contro la vetrata panoramica, distruggendoli entrambi. Ha capito di cosa ho bisogno, dottore?

Ho capito.

Bene, guardi ora come sto seduto in un atteggiamento di naturale compostezza in attesa che Lei mi dica qualcosa di veramente interessante.

Io preferisco la pasta un po' più durina che al dente.

Questa sì che è un osservazione interessante. Anche a me piace un po' dura, che si senta sotto i denti. Metto sempre il timer due minuti sotto il tempo di cottura scritto sulla busta. Poi di solito scolo la pasta sotto l'acqua fredda per fermare la cottura e la faccio saltare nella padella con il sugo.

Anche io di solito faccio così. È possibile che questo rifletta conflitti irrisolti con la figura paterna.

Non capisco il suo ragionamento. Cosa La induce a pensare questo?

Il tempo di cottura segnalato sulla confezione epitomizza il concetto di autorità al quale noi evidentemente ci ribelliamo non accettandolo e fissandolo ad un valore inferiore seguendo criteri di giudizio interamente soggettivi.

Interessante, continui.

Ho finito.

Beh, mio padre era un pirla totale. Beveva, giocava, era manesco. Un mostro. Morì durante un intervento di liposcultura addominale.

Ma non è un operazione pericolosa. Come può essere accaduto, se non ti dispiace riportare alla luce questi ricordi?

Mio padre era il chirurgo. Inciampò in un cavo e batté il capo contro un lavello di alluminio. Aneurisma, coma e morte. Io e mio fratello restammo soli con mia madre che però bevevo, giocava ed era manesca.

Giocava a carte?

Al supernintendo. Quasi tutto il giorno. Era mezza scema. Mio fratello invece scomparve sedici anni fa durante una battuta di caccia al coccodrillo. Tutti pensavano che fosse stato divorato, ma io credo in realtà che sia scappato per farsi una nuova vita da qualche altra parte, forse nel Tennessee, o in Cornovaglia, o a Ulan Ude.

Parlava spesso di questi luoghi?

Sì. Spessissimo. Due palle che non ti dico. Poi non s'era neanche mai mosso da casa. Non sapeva nulla di questi posti.

Allora cosa lo attraeva di essi?

Pensava che avessero dei nomi particolarmente stronzi. Tutte le volte che ne diceva uno scoppiava a ridere. Delle volte lo facevano ridere anche Bergamo e Bassa Sassonia, ma di quelli non ha mai espresso il desiderio di andarci ad abitare.

E tu trovi divertenti questi nomi?

Come una sassata in una rotula.

A proposito, qual è la tua pasta preferita?

Mi piacciono molto i fusilli, ma naturalmente dipende poi anche dal sugo.
Sì, ci vuole la pasta adatta. Se si parla di pesto, ad esempio, le linguine sono pressoché inevitabili.

Anche gli gnocchi sono ottimi col pesto. Sia quelli bianchi che quelli verdi.

Davvero sono così buoni? Non li ho mai provati. Come li fai?

Metto a cuocere gli gnocchi, li tolgo dall'acqua e poi li faccio saltare un minutino in una padella con il pesto e forse qualche tocchetto di patata bollita.

Allora è come per le linguine.

Se con le linguine fai così, sì.

Bene, ti senti più rilassato, ora?

Abbastanza.

Allora se non ti dispiace potremmo riprendere il discorso dei funghi e dei rampicanti.

venerdì 28 settembre 2007

Mento

Adenoido entrò di corsa nell'ufficio del capo come un cavo elettrico avvolto nel cotone.
Il capo stava in quel momento copulando con un portamatite in alabastro.
- Ma capo...- disse Adenoido.
- Taci. Non vedi forse che sto per essere travolto da un'ondata di piacere quasi intollerabile? Uaaaah! - gridò, eiaculando nella suppellettile. - Ah, è stato veramente intollerabile. E tu che cazzo vuoi?
- Il prezzo della bauxite è crollato, la quotazione del manganese è alle stelle e nonostante la Scozzi & Libelli sia in netto ribasso c'è la speranza che stasera il tempo sia insolitamente inclemente.
Il capo si grattò il mento.
- Cosa dobbiamo fare? - chiese Adenoido.
- Grattiamoci il mento.

giovedì 27 settembre 2007

Sigarette Toste

Buongiorno. Sto cercando lavoro e così mi chiedevo se voi non avreste per caso necessità di una persona.

Ma noi abbiamo sempre bisogno di persone. Mi dica, lei cosa sa fare?

So imitare il canguro.

Temo che non abbiamo necessità di imitatori di canguri, in questo periodo. A noi servirebbe uno...

Ma lo so fare solo io a questo livello. Poi ai clienti australiani piacerebbe sicuramente moltissimo.

Non abbiamo molti clienti australiani. In realtà a noi serve uno smistatore di cicche di sigaretta.

Capisco. E il mio compito quale sarebbe?

C'è da vuotare tutti i posacenere in un contenitore di plastica per poi separare le cicche dov'è rimasto un po' di tabacco da quelle sfruttate fino in fondo. Il tabacco così ottenuto passa ad un altro reparto dove vengono confezionate nuove sigarette. Poi io le fumo e il ciclo ricomincia daccapo.

Capisco. Beh, penso di riuscirci.

Mah, non so. Vedo che lei ha le dita ingiallite, quindi è un fumatore. Lei fumerebbe le cicche.

Ma no, no. Io fumo le Toxophil. Non fumerei mai delle cicche, l'assicuro.

Intende forse dire che le cicche non sono buone? Così lei mi offende.

Non intendevo offenderla. Solo che io non fumo...

Va bene, va bene. Lasciamo stare. Sono disposto a darle una possibilità. Ma sappia che qui dentro si LAVORA, non si sta qui a girarsi i POLLICI. A me serve un elemento valido che LAVORI e che abbia l'intelligenza di capire quando una sigaretta è finita e quando invece c'è ancora qualcosa da fumare. E metta le sue cicche da un'altra parte perchè le Toxophil mi fanno schifo. Io fumo solo le Mòrtifer Nere. Le piacciono?

Ma, ecco, ne ho fumata una qualche volta ma non ricordo bene che gusto avessero.

Sono sigarette TOSTE. Ne prenda una.

Grazie.

Su, tiri, non faccia il FROCETTO.

Cough, cough.

Le trova pesanti? Non ce la fa?

No, ho solo un po' di...cough...tosse...

Se la sento tossire un'altra volta le spengo la sigaretta dove dico io.

Eh eh eh.

C'è poco da ridere. Dico sul serio. Ad altri è successo.

Capisco. Beh, ecco, adesso dovrei andare. La chiamerei nel pomeriggio per confermare la mia assunzione, se vuole scusarmi, avrei un impegno, e...

No.

Ma...

No. Lei resta lì. A fumare una delle mie Mòrtifer. Finchè non ha finito non se ne va. E che non la senta tossire.

No, sul serio, ho un impegno, è tardi e...

Voglio vedere che la ASPIRA. Uhm...

Ma...

Sì, mi sto masturbando, e allora? ASPIRI. Se prova a muoversi di lì le sparo una pallottola in faccia. Si sta cacando sotto, eh? Lei è proprio un frocetto. Aspiri. Mmmmmh...cacasotto d'un frocetto...godo...porca puttana, PORCA PUTTANA...aaaah! Ah! Aaaaaaah! GODO! Aaaaaah! E' troppo bello...mmmmh....ah...ah...aspiri....AAAAAAAAAAH!

Ehm...posso andare?

mercoledì 26 settembre 2007

Acquitrino

Un riflesso nell'acqua: una figura bruna e verdastra, il cielo lattiginoso, pesante di foschia. Sei e venti del mattino. La superficie dell'acqua esala volute di vapore che si attorcigliano ai lunghi stivali verdi affondati nell'acquitrino. La mano, guantata di giallo, sposta alcune canne. Il riflesso si spezza, l'uomo si muove. La canna grigia del fucile trattiene un riflesso biancastro. Le rughe sulla fronte, profondi solchi agitati ai lati da una fitta ragnatela di segni più minuti, tradiscono uno stato di quieta agitazione: una concentrazione profondissima.
Avrebbe dato chissà cosa per un biancore più crudo, più vivo. Poi azzurro, immenso. E lui nell'acquitrino. Il sole, dapprima rosso, poi giallo, intenso, caldo.
No. Doveva essere così.
Il fatto stesso che io possa immaginarlo, pensa, implica che tutto questo è reale in un piano dimensionale obliquo rispetto a questo. Ciò non lo aiuta. Gli stivali strisciano nella melma del fondo, facendo emergere alghe e detriti di origine vegetale.
Il cielo un vasto schermo bianco, di fastidioso baluginare. Un solo uccello, minuscola sagoma alata, lo attraversa interamente lungo l'asse sud-nord. Nessun suono accompagna questa azione.

Sincronia in Diciotto Sedicesimi

scrattarrzzarrasskkstrrr
suono di mondo
tonalità bestiale
tutti gridano, tutti i suoni
stridono
sentilo, fa male
alle orecchie
laceratimpani
sozzobestiale schifosuono
un tuono
e a fare il lampo
tutti i giorni del mondo
e le notti del mondo
e i giorni del mondo
le sere del mondo
le mattine del mondo
ogni azione nell'immondo mondo
delirio senza fondo

martedì 25 settembre 2007

Le mie sensazioni #003

Provai una sensazione indefinibile, poi saltai ripetutamente a piedi uniti gridando nomi di luoghi del sud-est asiatico e analizzai le mie sensazioni.

Poesia Empatica I

mi sono chiesto
se un sasso preferisca stare sulla strada
o in mezzo all'erba
così
identificandomi nel sasso
mi sono colpito con la punta della scarpa
e sono rotolato in mezzo al verde
fermandomi a due metri da un cespuglio
e mi sono sentito
effettivamente molto meglio

Poesia Subumana II

La televisione
mostra avvenimenti
dai cinque continenti.
La televisione
con i documentari
ci mostra pesci e alghe
dei sette mari.
La tele e la visione
ci tengono in contatto
con quel ch'è stato detto
e quel ch'è stato fatto
in giro per la terra
chi fa pace e chi la guerra
chi ruba e chi s'ammazza
chi si calma e chi s'incazza
a volte mi diverte
altre volte mi fa inerte.

sabato 22 settembre 2007

All'aria aperta

Facciamo un esercizio.

Che tipo di?

Come che allunghi le braccia in fuori inspirando, ti pieghi sulle gambe e torni su espirando.

Mi sembra fattibile.

Ok, allora. Facciamolo. Ohp.

Ohp.

Ohp.

Ohp.

Ohp…e uffff…ah, mi sento già meglio. Respira, respira bene quest’aria così pura, così intrisa di sentori balsamici.

La sento. È formidabile.

Ohp.

Ohp.

Beh, adesso basta.

Che fatica stare in forma, però.

L’hai detto. Ma noi siamo uomini.

Certo, è vero.

La fatica ci fa un baffo.

Certo, proprio così.

Possiamo fare quello che ci pare.

Puoi scommetterci il culo.

E allora ne facciamo altri tre.

(in coro): Ohp.

Ohp.

Ohp.

Ok, basta per adesso. Comincio ad avere una certa fame.

Sì, anch’io.

Dobbiamo metterci a caccia.

Ma ci vorrà un anno per prendere qualcosa. Io ho fame adesso.

Ti capisco. D’altro canto non abbiamo alcunché da mangiare.

Potremmo vedere se qui intorno c’è qualche fungo, non so…(frugando un cespuglio)…qualche bacca, delle piante commestibili…

Guarda caso ho trovato una scatoletta di Tulip nel cofano del Land Rover.

Meno male.

Andremo a caccia domani, magari cominciamo presto, così forse riusciamo a beccare qualcosa prima che ci venga fame.

O a pesca. C’è un ruscello qui vicini, senti?

Già, e vero.

È più facile pescare che cacciare. Poi dovremmo ancora costruire gli archi e le frecce, mentre nel cofano del Land Rover c’è una canna da pesca bellissima con tutti gli accessori possibili, e un sacco di esche di vari tipi.

Ci faremo una bella trota!

Proprio così.

Intanto apro la Tulip.

Non sarà mica scaduta.

Mah, non credo. Dov’è scritto?

Penso di sotto. Certo col caldo che fa nel cofano…senti se soffia, che se soffia vuol dire che c’è dell’aria dentro, cioè che la carne sta fermentando.

Questo scade solo dopo cinque anni.

Ah, sì, durano moltissimo.

Sono come le razioni dell’esercito. Durano un sacco.

Sì quelli verdi…ne ho mangiate un sacco, quando ero militare.

Dov’è che eri militare?

A Stromberga nel Viruli. Pessimo posto. Non c’era un cazzo. Mangiavo solo ‘ste scatolette, trincavo le bustine del cordiale e mi facevo un mare di seghe.

Cazzo.

Sì.

Io l’ho fatto a Rinimi, ero ad aviazione. Pilotavo jet. Mi sono divertito molto, però a quei tempi la mia donna stava ad Avosta, così mi facevo un sacco di seghe anch’io.

Beh, ci si fa un sacco di seghe quando si è militare.

Una volta me ne sono fatta una nel jet.

Ma va?

Sì, ma mica mentre volavo.

Certo che no.

Mi sarei schiantato. No, niente, era fermo. Dopo ho impiegato mezz’ora per pulire tutti gli strumenti di bordo. Ti lascio immaginare.

Pazzesco. Io invece in un carro armato.

Com’è stato.

Tosto. Mi sono identificato con la macchina. Poi in seguito, dopo, ho utilizzato lo stesso trucchetto con la mia ragazza.

Va là?

Sì, m' immaginavo di essere un carro armato. Duravo dei secoli che lei aveva duecento orgasmi.

Duecento?

Beh, per dire. Però molti.

Un carrarmato. Fantasioso. Mi piacerebbe sapere a cosa pensava lei nello stesso momento.

Chissà.

Magari a qualcosa di completamente diverso, come un cigno o come a qualche cosa di delicatissimo.

Già, chissà.

Io stavo con una donna che era sempre diversa in tutto e per tutto da come ero io. Non andavamo d’accordo su NIENTE. Però certe scopate…io m’immaginavo che lei fosse un vulcano nel quale dovevo infilare un cazzo gigantesco per frenare l’eruzione dando così la possibilità agli abitanti dei villaggi sottostanti di mettersi in salvo. Fatto ciò diventavo una saetta di fuoco che voleva stimolare, provocare l’eruzione. Certe eruzioni che non ti dico. Per cui, vedi, c’è una dualità.

Già.

Buona questa Tulip.

Sì, è anche calda.

Che ora abbiamo fatto venire?

A giudicare dalla posizione di Orione direi che sono le nove e un quarto.

Capisci l’ora dalla posizione di Orione?

No, guardo il suo orologio, ah ah ah!

Ah ah ah!


martedì 18 settembre 2007

Intraducibile

Intraducibile. Questa parola lo fissava da ore, immobile sulla pagina, pregna di sicurezza di sè e decisa a restarsene lì, sola, refrattaria a qualsiasi combinazione, elemento inerte posto all'inizio di niente.
Intraducibile. Perchè ho scritto intraducibile, pensa l'uomo che ha scritto intraducibile, che cazzo avevo in mente? Una parola solitamente suggerisce associazioni, ha qualche connotazione, può innescare un processo di pensiero.
Non questa, non adesso, non oggi.
Procediamo per negazioni.
Non c'era nessuna parola. L'uomo che avrebbe potuto scrivere intraducibile non aveva scritto nulla.
Così va meglio.
Ora era una pagina vuota a fissarlo da ore, immobile, pregna di sicurezza di sè e decisa a restarsene lì, sola, vuota, vuota e non bianca. L'uomo pensa, non pensa, prende una penna, l'appoggia, la prende, l'appoggia. Niente di tutto questo ha un senso, poichè quest'uomo, adesso, non scriverà nulla. La possibilità di scrivere intraducibile, una volta sua, gli è ora negata. Si distende innanzi a lui un'infinita pianura di negazione, il sole un cerchio bianco gonfio di bagliore, il cielo un immenso NO da un'orizzonte all'altro. No, non può continuare così.
Neghiamo tutto, tutto. Neghiamo la parola, neghiamo la pagina, neghiamo l'uomo e i suoi pensieri e le sue penne, e la stanza, e la città, e il suo pianeta, e il suo cosmo, neghiamo tutto questo, insieme, in un immane colpo di spugna.
E restiamo noi. Immobili.

Le mie sensazioni #002

Il quattordici settembre duemila e sette provai a convincermi che era il quindici. Quando vi fui riuscito andai ad acquistare un quotidiano e lessi la data. Ah, ma è ancora il quattordici, dissi, e analizzai le mie sensazioni.

Le mie sensazioni #001

Come? Cosa? Non capisco. Ah, quello. Questo? Glielo incarto? dissi. Poi analizzai le mie sensazioni.

Himalaya

I lacci delle scarpe annodati tra loro ti impediscono di camminare. Andiamo, quindi. Hai mai visto il colore dell'Himalaya al tramonto? Dove il muggito che fugge dalla mandria si disperde nell'aria sottile per dissolversi come un cristallo di ghiaccio nell'abbraccio prospettico dell'altopiano?
No, non l'hai visto. E nemmeno io, maledizione, ma almeno l'ho immaginato. Mentre sono qui, in Maremma, sdraiato su un letto di aghi di pino.
Per un momento avrebbe potuto essere vero; le vette, il clonk dei campanacci, l'aria rarefatta intrisa di sentore glaciale, le mie pulsazioni cardiache, Poi capii che poteva anche essere il Tirolo. Ho un parente che abita laggiù, ma non lo conosco. Perchè questa inconsistenza? Perchè scrivo, perchè penso all'Himalaya?
Non so nemmeno se le mucche ci siano per davvero. Con i musi umidicci, la nebbia che gli esce dalle nari. Con pigri colpi della coda allontanano le mosche, fastidiose, ronzanti, a grappoli. Poi, un fulmine. La stalla è in fiamme! Il contadino s'affanna a far uscire le bestie, cade una trave incendiata, lo uccide. E invece poteva essere su un altopiano dell'Himalaya. Felice, con tutte le sue bestie e tutte le sue mosche.
Sciocco, sciocco villano incapace di abbracciare la vastità del mondo e la volta celeste. Non era neppure in grado di montare un parafulmine.
Andiamo, allora. Via da questa monotono sbucciar calendari. Levati le scarpe, se non riesci a sciogliere il nodo. L'Himalaya si fa beffe dell'altezza del tuo tacco. L'Himalaya è alto. Privo di passi autostradali. Da qualche parte ho letto che bisogna salire a piedi.

venerdì 14 settembre 2007

Dialogo #27

Nome.

Thorbjoern Per-Aarne Sigurdsson.

Questi nomi qui andranno bene a casa sua, ma qui no. Nome.

Filippo Rossi.

Ah, ecco. Nato a?

Wellington, Nuova Zelanda.

No, no, no, non ci siamo.

Cernusco sul Lambro.

...s u l L a m b r o. Titolo di studio?

Laurea in lingue orientali, medicina e specializzazione in bioetica con...

No, no, no.

Maturità classica?

Meno, meno.

Licenza media?

Con quante T?

Mah, nessuna.

Faccia poco l'intelligente, che qui gli intelligenti non piacciono a nessuno. Senta, adesso lei mi ha proprio rotto i coglioni. Lei è una mmerda, capito? Una mmerda.
M m e r d a. Eccotelo qua il titolo di studio. Dove ha lavorato fino adesso?

Allora...

Faccio io, và, che facciamo prima. Lavapiatti...succhiava cazzi nei cessi della stazione per pochi euro...

Ma non può scriverci quello!

Ah ah ah ah! Stavo scherzando, valà valà. Se voglio naturalmente ce lo scrivo davvero, ma via...anzi, ce lo scrivo sul serio! Alè! Ah ah ah ah!

Ma...

Dovrebbe leggerlo! Senta un po' qua: Filippo Rossi, nato a Cernusco sul Lambro, titolo di studio mmerda, esperienze di lavoro precedenti: lavapiatti e succhiava cazzi nei cessi della stazione per pochi euro! Aaah ah ah! Ma lei è proprio un disgraziato! Aaaah ah ah! E noi dovremmo dare da lavorare a un disgraziato così? Ma va...

Ma niente di tutto quello è vero! Io...

Cosa? Vuole forse dire che mento? E' questo che vuole dire? Ma io ti spacco la faccia con queste mani, ingrato d'un barbone...e uno cerca anche di dargli un lavoro...come ti chiami? COME TI CHIAMI?

T..Thorbjoern...

NO! TU HAI UN NOME COME TUTTI GLI ALTRI, STRONZO!

F...Filippo Rossi.

Non Proprio Solo

Ah, come amo questa solitudine, questa incolmabile distanza tra me e gli avidi occhi del mondo!

Per la verità non sei proprio solo.

E tu chi diavolo sei?

Sono il silenzioso testimone della tua solitudine.

Allora stai zitto.

Silenzioso perché faccio poco rumore quando cammino. Guarda.

Accidenti, sei proprio silenzioso.

L'hai detto. Una volta ho anche vinto una scommessa con uno che diceva che non potevo camminare silenziosamente sulla ghiaia. Naturalmente ho dovuto esercitarmi molto. Sai, c'è gente che impara lingue straniere, gente che impara a fischiare…io ho imparato questo.

Bravo. Ed ora lasciami solo, per favore.

Ma devo essere il silenzioso testimone della tua solitudine.

Ma se tu stai qui con me non posso essere solo, capisci?

Maledizione, è vero.

Quindi buonasera.

Fai finta che non ci sia.

Non essere ridicolo.

Potrei forse nascondermi da qualche parte, ecco, è un idea magnifica. Io mi nascondo, e tu cerca di essere spontaneo. Mmm…vediamo…

Senti…

…magari sotto la tavola. Ottimo, per essere testimone dei tuoi pasti solitari…o forse…

Ehi!

Beh, cosa c'è?

Voglio che tu te ne vada. Adesso.

Ma…

Ascolta, non voglio usare le maniere forti. Prova un po' a pensare. Anche se tu ti nascondessi, io saprei che tu sei qui nascosto da qualche parte. Non potrei essere spontaneo. Mettiti nei miei panni. Sei a casa tua e tutto quello che vuoi è stare lì da solo a farti gli affari tuoi, solo che poi arriva un tipo che non conosci neanche e va a nascondersi da qualche parte. Non ti sembra irritante?

Non so. Non mi è mai successo.

Beh, è quello che sta succedendo a me!

Accidenti, mi dispiace. Posso fare qualcosa per aiutarti?

Vattene! Vattene! VATTENE!

Dì, ma ti succede sempre così quando stai da solo? Queste esplosioni di furore irragionevole…questa asocialità…amico, tu hai bisogno di aiuto. La solitudine non ti è di molto giovamento, a quanto pare.



Che ne dici di una partita a carte?

mercoledì 5 settembre 2007

Essi

Essi fuser lo metallo e ne fecer statue ed armi ed innumeri altri oggetti d'ogni credo e colore. Specchi variopinti; crocette e palline. Tale è lo potere de lo metallo.
D'esso far taluni oggetti, robusti o leggieri come piume, quantunque dato il caso ch'essi fosser pesanti, non più tempo occorrerebber loro per giungere a lo suolo da la cima de la torre.
Ed essi lo fusero. Bensì non il gittaron da la torre, bensì fecer tesoro d'esso. Lo splendor d'oro e d'argento di cui veruno è desioso, lo tintinnar giocondo d'innumere monete fior di conio, oggetti d'ogni colore e credo, specchi variopinti; tale è lo potere. Ed essi ne fecer palline. Bensì statue ed armi e non più tempo, quantunque essi lo fusero. Veruno e crocette. Lo potere e la cima de la torre. Lo suolo e lo tintinnar d'ogni colore e credo e la cima, quantunque non gittaron, bensì lo fusero. Lo metallo. Essi.

Poesia Subumana I

Quando sono nato
non sapevo di esser nato.
L'ho scoperto solo più tardi
quando ormai era già stato.
L'avessi saputo allora
avrei dato all'evento
maggior significato.

Il Pretesto dei Congressi

Dottore, ho come l'impressione che - ma no, è più di un'impressione, la sento come una certezza. Sento che tutto è inutile, che qualunque cosa io faccia non conta, nè conterà mai, un cazzo.

Infatti è così.

Lei crede dunque come me che la vita non sia altro che un casuale accavallarsi di eventi insignificanti?

Sono convinto che la sua vita sia così. La mia conta. Ho una BMW enorme, un sacco di soldi, villa al mare e in montagna, con il pretesto dei congressi sono sempre in viaggio in posti fantastici e ho tutta la figa che mi pare. Senza contare tutte le nullità disgraziate come lei che vengono qua convinte che io sia un dio. Il suo tempo è scaduto. Seicento euro, grazie.

Un Approccio Creativo al Problema

Un prudente paio di baffetti, sottili baffetti, sottili, due tenui zebrature appena sopra il rosa esangue del labbro superiore.
Un cauto coltivatore di nonsense. A dodici anni ebbe la visione di un fulmine come di un albero elettrico, le radici affondate nelle nubi, uno scintillante attacco alla terra, crepitante di fredda furia, non il lento progresso dei rami verso il sole.
A diciassette anni aveva detto: io sono l'albero elettrico.
Mentiva.
Con precauzione si era spinto fuori dalla pubertà.
Poi rimase fulminato nella vasca da bagno.
La radio.
Per cui non parleremo di lui. Molti l'hanno già fatto, spesso a sproposito. L'ammirazione si mescola al disprezzo. C'è chi gli attribuì poteri sovrumani. Forse li possedeva. Forse essi possedevano lui. La questione non è stata ancora chiarita. A lui non interesserebbe.
Con circospezione affermerebbe: sì, li ho. E allora? L'interlocutore non saprebbe cosa rispondere. Beh, uno dovrebbe...mah, se li avessi io...vedi, io penso...tu pensi? Tu pensi? Reagirebbe. Io penso. Tutti pensiamo. Io penso. Non mi è di nessun aiuto. Mi piace ascoltare la radio mentre faccio un bel bagno che mi lava il mondo di dosso; e la sua corruzione; e la sua pruriginosità; e la sua sostanziale insensatezza.
Avrebbe almeno potuto radersi quegli stronzi baffetti.