mercoledì 26 settembre 2007

Acquitrino

Un riflesso nell'acqua: una figura bruna e verdastra, il cielo lattiginoso, pesante di foschia. Sei e venti del mattino. La superficie dell'acqua esala volute di vapore che si attorcigliano ai lunghi stivali verdi affondati nell'acquitrino. La mano, guantata di giallo, sposta alcune canne. Il riflesso si spezza, l'uomo si muove. La canna grigia del fucile trattiene un riflesso biancastro. Le rughe sulla fronte, profondi solchi agitati ai lati da una fitta ragnatela di segni più minuti, tradiscono uno stato di quieta agitazione: una concentrazione profondissima.
Avrebbe dato chissà cosa per un biancore più crudo, più vivo. Poi azzurro, immenso. E lui nell'acquitrino. Il sole, dapprima rosso, poi giallo, intenso, caldo.
No. Doveva essere così.
Il fatto stesso che io possa immaginarlo, pensa, implica che tutto questo è reale in un piano dimensionale obliquo rispetto a questo. Ciò non lo aiuta. Gli stivali strisciano nella melma del fondo, facendo emergere alghe e detriti di origine vegetale.
Il cielo un vasto schermo bianco, di fastidioso baluginare. Un solo uccello, minuscola sagoma alata, lo attraversa interamente lungo l'asse sud-nord. Nessun suono accompagna questa azione.

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