martedì 18 settembre 2007

Himalaya

I lacci delle scarpe annodati tra loro ti impediscono di camminare. Andiamo, quindi. Hai mai visto il colore dell'Himalaya al tramonto? Dove il muggito che fugge dalla mandria si disperde nell'aria sottile per dissolversi come un cristallo di ghiaccio nell'abbraccio prospettico dell'altopiano?
No, non l'hai visto. E nemmeno io, maledizione, ma almeno l'ho immaginato. Mentre sono qui, in Maremma, sdraiato su un letto di aghi di pino.
Per un momento avrebbe potuto essere vero; le vette, il clonk dei campanacci, l'aria rarefatta intrisa di sentore glaciale, le mie pulsazioni cardiache, Poi capii che poteva anche essere il Tirolo. Ho un parente che abita laggiù, ma non lo conosco. Perchè questa inconsistenza? Perchè scrivo, perchè penso all'Himalaya?
Non so nemmeno se le mucche ci siano per davvero. Con i musi umidicci, la nebbia che gli esce dalle nari. Con pigri colpi della coda allontanano le mosche, fastidiose, ronzanti, a grappoli. Poi, un fulmine. La stalla è in fiamme! Il contadino s'affanna a far uscire le bestie, cade una trave incendiata, lo uccide. E invece poteva essere su un altopiano dell'Himalaya. Felice, con tutte le sue bestie e tutte le sue mosche.
Sciocco, sciocco villano incapace di abbracciare la vastità del mondo e la volta celeste. Non era neppure in grado di montare un parafulmine.
Andiamo, allora. Via da questa monotono sbucciar calendari. Levati le scarpe, se non riesci a sciogliere il nodo. L'Himalaya si fa beffe dell'altezza del tuo tacco. L'Himalaya è alto. Privo di passi autostradali. Da qualche parte ho letto che bisogna salire a piedi.

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