martedì 18 settembre 2007

Intraducibile

Intraducibile. Questa parola lo fissava da ore, immobile sulla pagina, pregna di sicurezza di sè e decisa a restarsene lì, sola, refrattaria a qualsiasi combinazione, elemento inerte posto all'inizio di niente.
Intraducibile. Perchè ho scritto intraducibile, pensa l'uomo che ha scritto intraducibile, che cazzo avevo in mente? Una parola solitamente suggerisce associazioni, ha qualche connotazione, può innescare un processo di pensiero.
Non questa, non adesso, non oggi.
Procediamo per negazioni.
Non c'era nessuna parola. L'uomo che avrebbe potuto scrivere intraducibile non aveva scritto nulla.
Così va meglio.
Ora era una pagina vuota a fissarlo da ore, immobile, pregna di sicurezza di sè e decisa a restarsene lì, sola, vuota, vuota e non bianca. L'uomo pensa, non pensa, prende una penna, l'appoggia, la prende, l'appoggia. Niente di tutto questo ha un senso, poichè quest'uomo, adesso, non scriverà nulla. La possibilità di scrivere intraducibile, una volta sua, gli è ora negata. Si distende innanzi a lui un'infinita pianura di negazione, il sole un cerchio bianco gonfio di bagliore, il cielo un immenso NO da un'orizzonte all'altro. No, non può continuare così.
Neghiamo tutto, tutto. Neghiamo la parola, neghiamo la pagina, neghiamo l'uomo e i suoi pensieri e le sue penne, e la stanza, e la città, e il suo pianeta, e il suo cosmo, neghiamo tutto questo, insieme, in un immane colpo di spugna.
E restiamo noi. Immobili.

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