domenica 28 ottobre 2007

Epica Tarda Sentenza

I

consigli affrettati
non dussero altrove che i
venti lepidotteri affamati
quando santi e conniventi vinsero
alle tessere nei denti, fors'anche
separando il giusto dal giubilo incantato
di tarde sentenze, ed eminente
il tuo giudizio
mi squarta ancora,
se di quarti si tratta

aprii la camicia, poi la patta
i guanti dei giuristi
rilessero Hoelderlin con fusti
avariati e gnomi con copriletti
appuntiti
(risero i folletti)
misero chi conosce
e conosce che d'io
organizzare l'asfalto
con galosce metalliche
ai garretti

ceduo il tuo gallo, ed il certo
addusse frali detenzioni
assumendo l'incarico di dar
solenne agli etilisti

se fossero convinti si darebbe
caso alle premure standard con più brio
ma sono estinti già da tempo, e tengo
a dire che le ore stanno in piedi
anche da sole,
ma dammi amore
e il cielo si aprirà con uno strillo
o dio e non risponderò al telefono giammai
nemmeno fosse qualche armiere
che mi augura le buone e le indulgenze

come disfatti sul fronte
adempienti al tetano calmucco
con nove passi dammi tentazioni
che mi conducano al permesso
di inarrestare il mondo
o catturare abeti a mani nude
mille giacche
nel diritto del risvolto
o cervi alle meningi fratturate
con molto senso delle reti
che dieder pane e detti a tutti
per anni ed anni
e le paure
nel didietro
di Coney Island a fatture

II

e venne il tempo dei demeritati
aprendosi alle porte di gennaio
con quanto aveva dedotto dalle tasse
la fossa dei dannati, e sperpera
con gioia queste grasse
farfalle di prima intenzione
scoprendo nella tana
le previde fratture
o con diversi affanni
levarsi all'alba di santodì
invece di cogliere
grazie insospettate e grazie al cielo
non finì con fumo ma con seriche
frustate

seppure intanto andammo
o quanto spirito rimase
nella fiaccola inventata
che il muro e il muro
rimise a lato il suo possesso
armi e munizioni
del passero ondulato quasi
senza sospirare

solo sperare
che lui non fosse ma tenesse
ben salda in sè la fervida
agitante creazione con tanto invito
al secondo condannato, con rispetto,
ma dio che caldo in quella cella
non vedemmo altro che denti e cani
infradiciati d'aridi veleni
e d'appestati luridi canti
di miseria e interdizione

quell'altro era grasso
e non contava più di me
ma intanto crede al cedro
quand'è fermo
senza vedere greci nel cassetto
l'ultima volta erano ventitre
e Dan calò il berretto
sulla fronte corrugata
e "odio il caldo", disse
e lo disse ancora
più volte di quanto
sperassimo

umanamente il prete
impartì un'imparziale
benedizione
ma non lo neghi
più dello show di noi
coi piedi a ciondoloni
dalla forca
altro non gli piaceva
forse il suo dio
o qualsiasi altro dio
avrebbero trovato da ridire
sul suo contegno
ma corda e corda e non si conta
il tiepido risveglio in un mattino
di marzo aprile o chissà quando
con i calzini ripiegati nel comò
sui laghi
pieni di speranza
nel domani
e tutto questo non ha nulla
a che vedere nè
con questo muro
nè con te

Attenti al Cane

Non avrei mai potuto odiare nessun'altra bestia schifosa di questa lurida terra come odiavo quel cane. Era una bestia orrenda, nera e bavosa che abbaiava in continuazione e mi rompeva continuamente i coglioni tutte le volte che scendevo in strada, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Arrrrrr....AR! Mi strepitava dietro quel bastardo animale senza cervello, le gengive semiscoperte dalle labbra fradice e rammollite di quel rosa disgustoso, gli occhi stupidi e privi di vita incrostati agli angoli di quelle caccolette giallognole e collose tipo quando si ha la congiuntivite.
Gli avrei messo un candelotto di dinamite nel culo, se solo avessi avuto la minima occasione di farlo. Meditavo vendette atroci. Gli avrei annodato le sue stesse budella attorno al collo e l'avrei strangolato con gli intestini sanguinolenti fuoriuscenti dal suo ventre squarciato.
Bestia bastarda.
Io mi facevo i cazzi miei e lui continuava ad abbaiare quando un giorno nel suo giardino non comparve la nipotina dei suoi padroni che giocava con la palla.
Il mostro bavoso avvistò il pallone variopinto e volle giocare a quel gioco nuovo. Fece quattro balzi ed azzannò al volo la sfera, squarciandola con i denti schifosi e sozzi di chissà quale orribile e puzzolente pasto, uggiolando demente nella sua bestiale e insensata gioia di sporco cane pidocchioso senza cervello. La povera bambina si mise a piangere vedendo la sua bella palla straziata dalle zanne della bestiaccia.
- Brutto cane, brutto! - gemeva, mentre lo picchiettava con le manine delicata sulla sua gran testona ottusa e quadrata. Il mostro orrendo si incazzò e ringhiando e sbavando reagì contro la piccina, che urlò di terrore.
Il nero demonio la sbranò, fece scempio del suo tenero corpicino dilaniandolo e strappandolo, facendo schizzare sangue e brandelli di carne tutt'attorno, tutto il tempo emettendo il suo ringhio basso e catarroso, ubriaco di sadica e primitiva ferocia.
Terminato il drammatico scempio, il cane infernale trascinò il piccolo cadavere nel suo angolo preferito, un recesso del gardino lordo di escrementi e brulicante di mosche e si dispose a mangiarselo con tutta calma.
Stava sgranocchiando un polso quando la polizia arrivò, e non si accorse nemmeno della pallottola che gli spappolò il cervello.
Ero proprio contento. Finalmente quella bestia sozza e orrenda era andata sottoterra a marcire e a far da cena ai vermi. Sorrisi di gioia a pensare alla belva che si putrefaceva nella terra grassa e mi feci una bella bistecca per festeggiare.

lunedì 22 ottobre 2007

Due Storie Emblematiche

Prima Storia Emblematica: Vita.

- Dove sei stato? - chiese Patrizia.
- Sono andato a lavare la macchina - rispose Tommaso.
- Oggi che piove?
- Piove? - Tommaso andò alla finestra e guardò fuori. - Ah. Ecco cos'era quel bagnato dappertutto. Se l'avessi capito prima l'avrei lavata domani.
- Poi non era neanche sporca.
- No, era pulita. Però avevo voglia di lavarla. M'era venuta, così, una voglietta.
Si guardarono negli occhi. All'improvviso si resero conto dell'inconsistenza del loro essere, si recarono al fiume e si tolsero la vita.

Seconda Storia Emblematica: Maturità.

- Io ti dico una parola - disse il dottore - e ti dò tre possibili associazioni. Tu ne scegli una. Io ti dico chi sei.
- Let's go - dissi.
- La parola è "verde". Le associazioni sono: "Cassiopea", "Mucca" e "Lavoro". Hai scelto?
- Sì.
- Bene: qualunque parola tu abbia scelto sei uno spostato o quantomeno un cretino perchè nessuna delle tre ha nulla a che fare col verde.
- Balle, dottò - replicai. - Le mucche mangiano l'erba: essa è verde.
- E il lavoro?
- Chi non lavora è sovente al verde.
- Va bene. E Cassiopea, allora?
- Conosco una che si chiama così: ella possiede un soprabito verde - conclusi, trionfante.
- Diavolo d'un uomo, hai sempre una freccia al tuo arco! - ammise il dottore.

Morale: non ve n'è alcuna, però è la prima volta che scrivo la parola "soprabito". Mi ci sono voluti svariati decenni, per arrivarci. Penso sia un segno di maturità.

Il Segreto e il Mistero

Il vecchio frate mi guardò come si guardano i lombrichi appena spaccati in due dalla zappa: un'insolita zuppa oculare in cui galleggiano stupore, disgusto e anche un pizzico di costernazione.
- Ti penti? - mi chiese.
- Penso di no - risposi.
Il frate afferrò una sedia e me la fracassò in testa.
- Frocio, comunista, peccatore! - urlò. - Brucerai all'inferno!
- Non è il caso di prendersela così, fratello - dissi, massaggiandomi la testa. - So che c'è chi ha fatto di peggio. Inoltre non sono comunista, bensì anarco-comunista con una spiccata predilezione per i paradossi dello zen.
Allora egli mi sparò un calcio nelle palle e io mi rotolai gemendo come si fa di solito in questi casi, tenendomi la parte colpita mentre mi inoltravo in regioni ancora inesplorate del dolore fisico.
Visto che mi veniva bene, continuai a rotolarmi ancora per molto tempo dopo che il dolore, grazie al cielo, era scomparso. Anche il frate era scomparso, nel frattempo.
Ad un tratto mi accorsi che c'era una suora, un po' discosta, che mi osservava. I miei occhi incontrarono i suoi. Aveva due occhi bellissimi. Due, sì. C'è chi ne ha uno, chi nessuno. Lei ne aveva due, il set completo. Erano color verde acqua. Fantastici.
- Ma cosa sta facendo? - chiese.
- Mi sto rotolando per terra reggendomi il sacco scrotale con le mani, sorella - risposi sinceramente.
- Già, è proprio vero - confermò lei. - Proprio ciò che pensavo. L'ho visto fare altre volte, anche in un paio di film, ma mai sul pavimento freddo di una chiesa. Ma non faccia caso a me, continui pure.
- Trovo che l'aggettivo "freddo", riferito a questo pavimento, sia affatto appropriato. Purtroppo quando sono entrato in questo luogo di culto non pensavo che averi avuto necessità di rotolarmi per terra - dissi, sempre rotolandomi, - così non ho potuto provvedere a riscaldarlo preventivamente. Del resto - conclusi - anche le esperienze negative servono.
- Sì - disse la suora. - Esse, ancor più delle positive, ove tutto è facile, insegnano.
- Certo - convenni. - Però sono men belle.
- Cosa è il bello? Possiamo stabilirlo arbitrariamente? O esiste un concetto preesistente di ciò che è bello?
- Preesistente rispetto a noi due o all'uomo dalle sue origini? In ogni caso, credo che smetterò di rotolarmi.
Tenni fede alla mia ultima affermazione. Mi alzai e scossi la polvere dai miei abiti. Poi mi avvicinai a quegli occhi stupendi che parevano volermi trafiggere.
- Sorella, voi siete bellissima - dissi. - I vostri occhi...oh, sono incantevoli...un sogno d'amore ove un uomo potrebbe perdersi per sempre. Sì, occhi come quelli hanno arso la città d'Ilio, sono smeraldi di luce purissima che mi avvincono sino al martirio!
- Seeh. E non hai ancora visto il culo. Da' un'occhiata qui!
Si girò e sollevò la gonna. Non portava niente, sotto. Niente di niente. E aveva ragione. Mi scordai subito degli occhi e mi precipitai su quelle due belle chiappe tonde e sode. Le leccai il buco del culo, poi la fica. Da come si agitava capii che era un bel po' che non veniva servita così. La trascinai nel confessionale e la fottei di brutto. Pazzesco. Urlava. Fu una delle più belle scopate della mia vita.
Alla fine le promisi che quella notte stessa sarei tornato, avrei scavalcato il muro di cinta del convento e mi sarei diretto alla porta, dove lei mi avrebbe atteso per fuggire con me.
- Ti amo - mormorò.
- Non ci credo, ma ti amo anch'io - risposi. La salutai agitando la mano mentre se ne andava. Anche lei fece questo. Che tesoro.
In quel momento rientrò il vecchio frate con un paio di colleghi.
- E' lui - disse, indicandomi.
Mi pestarono selvaggiamente tutti e tre. Poi due di loro mi presero per le braccia e mi tennero fermo mentre il terzo mi dava dei pugni tremendi. Poi uno solo mi tenne fermo mentre mi picchiavano gli altri due. Poi mi chiesero di picchiarmi da solo mentre loro tre si tenevano fermi a vicenda. Rifiutai. Allora si picchiarono tra loro.
Io intanto ricominciai a rotolarmi per terra, chissà che non arrivasse un'altra suora.

giovedì 18 ottobre 2007

Albertino e il Gigante

- Ciospa, buttatemi una ciospa! - gridava selvaggiamente il gigante Uruk, il cui corpo deformato dal lardo giaceva scompostamente semisprofondato nella melma in fondo a una grossa buca dai brodi irregolari.
Albertino si avvicinò cautamente ad un bordo irregolare. Uruk lo vide ed esalò un rutto millenario, saettante opinabilissimi gas.
- Chi sei, maledetto figlio di puttana! - urlò. - Che cazzo vuoi...urgh...- un secondo rutto era emerso surrettiziamente tra le sue parole ed ora si espandeva lentamente nell'aria come un fiore osceno.
- Vaffanculo!
Cominciò ad agitarsi schizzando melma in ogni direzione. Accompagnò questa azione con urla inarticolate e forti rumori anali.
L'odore divenne ben presto intollerabile.
Albertino indietreggiò di alcuni passi. Non capiva, ma non amava quell'odore. Si grattò un ginocchio appena sotto l'orlo dei suoi bermuda variopinti. Non capiva.
- Ma tu chi sei? - chiese gentilmente.
- Sono un pilota di caccia dell'aviazione australiana, stronzo. Stavo per decollare quando ad un tratto ho beccato questa buca e STRAA! CRAAASZ! STRAPAZASZSZ!!!
Albertino credette che i versi del gigante fossero i nomi di tre suoi amici dell'aviazione polacca. Era confuso. Dov'erano andati?
- Dove sono andati? - chiese con un fremito di curiosità.
- Chi? Ma sei scemo? Ma che cazzo dici? Non vedi, lurido idiota, che sono caduto in una buca? Senti, voglio uscire di qui!
- Ma allora perchè non esci? - chiese Albertino, sempre più curioso.
In realtà il gigante non c'era esattamente caduto. Era finito lì dentro per volere del temibile mago Whrendor, che abitava nella valle oltre le grandi montagne un po' a destra del ruscello. Colpa di una partita a scopa nella quale Uruk era finalmente riuscito a battere il mago. Incapace di contenere la sua esultanza si era scolato innumerevoli crani umani colmi di acquavite alla muscaria ed era perciò caduto vittima di una terrificante allucinazione nella quale fu spettatore dell'ultimo pasto di Lucifero prima di precipitare negli inferi, il tutto sintetizzato in una ridda di visioni incoerenti tra le quali diverse uccelliere, una bertuccia glabra, tre costolette di maiale ed uno scopino per il water. Dopo aver riccamente defecato, il gigante usò quest'ultimo, in un raro slancio di igienismo, per pulire la tazza. Nella sua allucinazione non si era purtroppo reso conto che lo scopino era in realtà Whrendor stesso.
Quando il mago infuriato riuscì finalmente ad estrarre la testa dall'angusta apertura non passarono tre secondi prima che il gigamte si ritrovasse in quella disgustosa buca dalla quale - sentenziò il mago - non avrebbe mai più potuto uscire a meno che non trovasse qualcuno che vi si calasse volontariamente al suo posto.
Colto improvissamente da un'idea, non disse nulla di tutto questo ad Albertino, che chiese ancora, all'apice della curiosità:
- Ma perchè non esci dalla buca?
- Vedi...è una cura per diventare più intelligenti. No, cioè...più snelli. Ehm...più snelli e più intelligenti.
- Ma allora perchè vuoi uscire?
Uruk non era capace nè di sorridere nè di non urlare nè di non incazzarsi con la gente soltanto per il fatto che essa esisteva. Ma questa volta fece uno sforzo enorme. Un sorriso celestiale sbocciò sul suo viso bestiale.
- Perchè ormai sono già troppo intelligente, capisci? - flautò. - E ho deciso di dimagrire domani.
- Significa che se uno fa come te diventa più intelligente e più magro?
- Ma è proprio così, esattamente. ma certo. Ehi. Vedo che hai un paio di rotolini lì e lì...uhm...e non mi sembri neanche tanto...beh, magari un saltino qui dentro ti farà bene.
- E se tornano i polacchi? - insistette lo sventurato.
- Ma che cazzo. Cioè, voglio dire, salutameli. Dai, vieni.
- Ohp - zompò Albertino.
- Bravo. Adesso stai pure tranquillo, io ti saluto, eh? Ciao - disse Uruk arrampicandosi fuori. Presto scomparve nel bosco, diretto verso la casa di Whrendor al quale aveva deciso di trasformare il tunnel rettale in una caverna ingombra di ogni cosa piccola o grande, ma soprattutto grande. Introdotta dalla parte larga.
Albertino prese a dimenarsi urlando e scoreggiando. In quella buca, che aveva contenuto la figura enorme del corpulento abominio, pareva minuscolo; come minuscolo era l'odore dei suoi petini stentati che scoprivano la luce in un timido pok.
Verso sera, non vedendolo tornare, suo fratello Bigg andò a cercarlo. Grande fu il suo stupore quando lo scorse oltre il bordo irregolare della buca.
- Ma cosa fai lì dentro, ma sei PIRLA?
- Tutt'altro, caro fratello, tutt'altro - gongolò Albertino. - Sono magro e furbo.
- Seh, va bene. Dai, vieni a casa che c'è da cena.
In quel momento si sentì un grido disumano provenire dalla valle oltre le grandi montagne.
- Ad occhio e croce veniva da un po' a destra del ruscello - disse il nonno, sbucando da un sentiero con in mano una cesta di grossi porcini.

domenica 14 ottobre 2007

Prologo

Se l'esistenza è sostanzialmente inutile dunque ciò che esiste è l'infinita bandiera dell'inutilità, l'eterno inno all'inservibile, la vetta più alta e maestosa nel massiccio dell'insensatezza ove svettano anche, quantunque meno imponenti, il monte Noia e il picco Straniamento; al di sotto distendesi l'interminabile pianura del nulla.
Fiumi di pensiero scorrono in essa, dalle sorgenti montane. Le acque corrono, precipitano, ribollono, rallentano, si placano, formano laghi, paludi, bacini, scivolano infine nella confusione del mare dove si possono trovare creature in grado di divorare un uomo intero.
Monti sommersi. Catene montuose che si snodano per migliaia di miglia marine. Crepacci di blu profondo che muta in nero ininterrotto. In queste insondabili profondità, ancora vita. In forme inimmaginabili. Una di queste portava un fiore all'occhiello, una giacca marrone e, seduta in poltrona con un tumbler di whisky e ghiaccio in mano diceva l'altro giorno a Vastley, l'inarrestabile motore del mutamento di sè in sè stesso: - Non è strano come l'esistenza umana ricordi una regione geografica? Essa include altezze, bassezze, depressioni, sì, assomiglia proprio. Non trovi?
Questa forma di vita si chiamava Zanetti Federico. Non era una forma di vita senziente, quantunque antropomorfa.
- Io trovo ciò che cerco - rispose il fulgido catalizzatore, - oppure vengo trovato da ciò che non cerco. Ora, la tua riduttiva e deforme concezione dell'esistenza, formulata in tale similitudine che mi pare gravata e viziata oltre ogni possibilità di redenzione da un'inopinata quantità di vacua e nefanda stupidità, inutile in quanto vacua e tanto sciocca quanto banale, ha trovato me, e molto me ne rammarico. Ciononostante non ti serbo rancore, anzi, desidero aiutarti. Immagina ora di poter afferrare la vetta più alta, la più alta di tutte le vette - disse il magnanimo. - L'hai afferrata? Ora immagina di poterla capovolgere. Anzi, aspetta.
Vastley scomparve dalla stanza. In realtà non era scomparso: era solo uscito molto velocemente, seguito dallo sguardo dalla forma di vita che indossava inoltre calzoni grigi di tessuto simile al cotone e slip a righe nere verticali corredati da una firma non sua.
Riapparve, il fulgido, con un modellino in scala del monte Everest, alto una ventina di centimetri; ed un vaso colmo di terriccio morbido. Mise il vaso di fronte a Zanetti Federico e tra le sue mani il monte.
- Capovolgilo - disse. - Ora la punta, pochi secondi fa alla sommità del mondo, è orientata verso il basso. Ora conficca la montagna nella terra, tutta la montagna.
- Ma perchè? - chiese la creatura.
- Conficcala.
Il bipede conficco la montagna nella terra scura e simile, per consistenza, alla creta.
- Estraila, ora.
Il bipede estrasse la montagna dalla terra scura.
- Sembra creta, solo che è nera - commentò.
- Non pensare alle isole dell'Egeo, adesso. Dimmi invece che cosa hai ottenuto con la tua ultima azione - lo esortò il valido pensatore di pensieri.
- Ho sporcato la montagna di terra.
- No, stolto, guarda il vaso.
- C'è un buco.
- Proprio così. Profondo quanto la montagna era alta e vasto quanto vasta era la montagna.
- E allora?
- Non ci credo.
- Cosa?
- Che una persona possa essere così infinitamente, così abissalmente, così irrevocabilmente, così intollerabilmente.
- Stupida, maestro?
- No. Essere, solo essere. Il verbo, nessun aggettivo. Tu sei, e come ogni altra cosa che è sei infinito, abissale in quanto annidato negli abissi dell'ignoranza, irrevocabile in quanto il tempo non rientra su sè stesso e, cosa che non necessariamente si applica a tutto ciò che esiste, intollerabile a me.
Detto questo, Vastley atterrò la forma di vita con una mossa di judo. Non contento, le donò il monte Everest sporco di terriccio.
La forma di vita fu così commossa dalla magnanimità di Vastley che ottenne all'istante l'illuminazione. Divenne uomo e prese il nome di Gronandik, che nella lingua che egli stesso inventò sul momento significa "uomo che pensava nella sua stoltezza che un buco in un vaso pieno di terriccio non significasse nulla e fu poi illuminato da Vastley, sublime inventore, magnanimo tra i magnanimi", vendette la giacca ma conservò il fiore che infilò tra i capelli che da quel giorno lasciò crescere ed oggi può essere incontrato sulle spiagge deserte di Giava, dove insegna ai granchi elementi di geografia, con un fiore appassito tra i lunghi capelli.

venerdì 12 ottobre 2007

Il Club del Martedì

Buonasera, vorrei entrare.

No.

No?

No.

Ma lei chi è, scusi?

Non è affar suo.

Questo è il club dei lettori di copertine, non è vero?

Certo che lo è, non vede? C'è scritto.

Beh, io sono un socio, e vengo qui ogni martedì.

Si vede che le piacciono le copertine.

Esattamente. Così, se lei mi lasciasse entrare, potrei, come ogni altro martedì, recarmi al club.

Ha la tessera?

Certo, ecco.

Vorrei vedere anche la sua carta d'identità, per favore.

Prego.

Non assomiglia molto alla fotografia.

L'ho fatta anni fa. L'aspetto della gente cambia con gli anni. Senta, ora io sono molto paziente, ma...

Certo, è vero. Infatti è un piacere controllare i suoi documenti. Bene, tenga.

.....

.....

.....

.....

Beh, mi fa passare, allora?

No.

.....

E' inutile che mi guardi così. Senta, io non la lascerò mai passare. Mai. Ha capito? Nemmeno se venisse con una autorizzazione firmata dal sottosegretario ai beni culturali.

Sono io.

Bene. E se ne resterà lì.

Beh, non sono il sottosegretario ai beni culturali, in realtà.

Perchè mi ha mentito?

Va bene, senti. Adesso smettiamola con le stronzate. Ora tu ti levi dalla porta ed io entro, va bene? Che ne dici?

Non credo proprio che succederà.

Oh, sì, invece.

Mi dispiace, amico. Non passerai di qui, è inutile, Perchè non te ne vai a casa? Stai solo perdendo tempo. Capisci? Te lo sto dicendo da amico.

Cavati dalle palle!

Spuh.

Chiamerò la polizia.

Bravo, proprio da finocchietto. Mamma, mamma, cìè un omaccio brutto che non mi fa entrare al circolo delle seghe. Perchè non provi a spostarmi tu? Perchè ti cachi sotto, ecco perchè. Perchè sei una cacca d'uccello, una schifezza. Perchè non hai le palle.

Ti consiglio di non provocarmi. Ho una laurea in ginnastica relativa, la mia forza è quindi più psichica che muscolare, può concentrare danni massicci nello spazio di una capocchia di spillo, gli effetti sono devastanti. Ma non voglio farti del male, hai capito? Voglio solo che mi lasci passare.

Ma vaffanculo.

.....

.....

.....

Vedo che cominci a capire che di qui non passerai mai. Mai. Nemmeno martedì prossimo, nemmeno quello successivo. Questa porta per te ormai è come se non esistesse più. Ogni martedì io sarò qui da quando il club apre a quando chiude, e se anche verrai diecimila volte, diecimila volte io sarò qui ad impedirti di entrare. Cominci ad afferrare?

Ma perchè? Ma chi sei, cosa ti ho fatto?

Sono affari miei.

Perchè? Devi dirmelo!

Perchè mi diverte e mi stimola.

Maledetto, maledetto. Ma quando io sarò morto il mio fantasma tornerà a tormentarti notte dopo notte, giorno dopo giorno, finchè non ti avrò trascinato con me all'inferno.

Basta che non cerchi di entrare.

Sono Attila, il re degli Unni! Ti ordino di spostarti!

Poveretto.

martedì 9 ottobre 2007

Il Sapore dei Maestri del Jazz

talvolta quando il sole arroventa l'ottone della balaustra sul terrazzo e sempre quando il vento irrompe urlando da nord la musica si dilata nell'aria quieta della stanza come un fiore carnoso. tiptap, tiptap, le dita battono sulla scrivania in noce - non albero, ma gusci, noci di sorrento - e la matita corre sulla carta perseguendo l'illusione di una forma che sia finalmente unica, definitiva, inequivocabile.
a volte l'apparato masticatore destruttura biscotti, a volte pasticcini, a volte cornetti di mais al formaggio. a volte nella tazza rosseggia karkadè, altre volte freme la nera bevanda, quindi può apparire la placida profondità del tè.
tardi, tardi nel cuore della notte le matite, i cibi, le tazze e le bevande vanno a dormire. la musica dissolve lentamente. la luce si spegne.

Come Vuoi Essere?

Facciamo così che adesso ti immagino e ti scrivo, che ne dici? Tu sarai il protagonista, e ti faccio fare una bella avventura come piace a te. Scegli tutto tu, va bene?

Mi puzza di fregatura.

Ma come, se ti dico che sceglierai tutto tu. Dai, come vuoi essere?

Alto, bello, capelli neri, struttura atletica ma non massiccio, brillante e strafottente, QI 170.

Non posso creare un personaggio così intelligente se nemmeno io lo sono. Posso farti al massimo come me.

Visto che era una fregatura?

Visto che ti ho fatto strafottente?

Già, è vero. E poi mi è venuto così naturale, non me ne sono neanche accorto.

Allora, adesso cosa vuoi fare?

Dormire. Svegliami domattina alle undici con un caffè.

SAAS

Buongiorno, sono della Società per l'Apprezzamento di August Strindberg, d'ora in avanti, per brevità, SAAS. Lei conosce le opere di Strindberg?

Senta, ma lo sa che ore sono?

No, che ore sono?

Le tre di notte.

L'ora migliore per apprezzare un'opera di Strindberg. C'è ancora tanta gente che pensa che la notte sia fatta per dormire, ma, parte grazie alle emittenti televisive che trasmettono pornografia nelle ore notturne, parte grazie alla nostra attività informativa, molti si sono ricreduti. Tanti. Lei non immagina quanti. Dica una cifra.

Sei.

Suvvia, un po' di più.

No, è l'ora alla quale dovrò alzarmi domani mattina per andare al lavoro.

Ah, ma lei lavora.

Perchè, lei come si guadagna da vivere?

Questo non la riguarda. In realtà il tema della nostra conversazione era l'opera di August Strindberg. Lei conosce?

No.

Chiaro, un subumano così...

Ma come si permette?

Stia zitto. Strindberg ha scritto numerosi drammi. Ne ho qui uno. Glielo posso leggere, se vuole.

Non voglio che mi legga niente! Voglio tornare a letto! E subumano sarà lei!

Non resista al vento della cultura. Lei ha diritto di sapere, e saprà!

Levi il piede dalla porta!

La mia forza fisica è soverchiante.

Urrrgggg....

Ecco fatto. Ora possiamo chiudere la porta. Mi aspetti pure in soggiorno, io intanto mi recherò in bagno a urinare.

.....

Ah, eccoci qua. Ora leggerò Spoeksonaten, naturalmente nella versione originale in lingua svedese.
Si rilassi, chiuda gli occhi e cerchi di vedere...

Con Quante O si Scrive Niente?

Una cavità che non contiene nulla, sfera cava scagliata nelle profondità dello spazio, priva di volontà, priva di causa o effetto, mai percepita da nessuno ed essa stessa incapace di percezione.
Era difficile immaginare qualcosa di più inutile, a parte forse i film con Alvaro Vitali.
Riflettei su questa sfera. Esisteva veramente o era solo un prodotto della mia immaginazione, quantunque inferiore ad altri?
Essa vagava nelle profondità dello spazio - un'indicazione piuttosto vaga, se riteniamo che lo spazio sia altrettanto profondo ovunque - e non era mai stata percepita da uomo, strumento o animale.
Fosse o no un prodotto della mia immaginazione era facile da stabilire: lo era. Non avendola mai vista nè in alcun modo percepita, non potevo altro che immaginarla. Esistesse o meno, questo era già più complesso da stabilire. Come ipotesi mi pareva improbabile, ma non sapevo come avrei potuto dimostrare la sua inesistenza. Ora non mi resta che contare le O.

venerdì 5 ottobre 2007

Epilogo

- Vorrei un'invenzione abbastanza assurda da dare un senso alla mia vita - disse l'uomo dal cappotto grigio.
La sua voce era perfettamente intonata al suo aspetto esteriore - una specie di T.J. Hooker appena approdato alla quinta laurea e con un orecchio particolare per certi ritmi sincopati che non t'inducono in genere a ballare, ma possono costringerti a tenere il tempo con il piede per ore.
Inoltre, egli sfoggiava un paio di lenti di forma ordinaria che portava soltanto per vezzo, pur vedendo benissimo.
Vastley, l'inventore, lo osservò in silenzio per alcuni minuti, poi all'improvviso mosse rapidamente verso di lui e lo atterrò con una mossa di judo.
- Ti sembra sufficientemente assurdo? - chiese.
- Sì - rispose l'uomo dal cappotto grigio rialzandosi. Scosse la polvere dal cappotto e la osservò con aria critica mentre questa non faceva altro che sollevarsi dal tessuto in nubi impalpabili che ricadevano presto a terra. - Ma non ha dato un senso alla mia vita.
- Beh, quello è già più difficile - ammise l'inventore. - D'altro canto non preferiresti forse un'invenzione sensata che rendesse assurda la tua vita?
L'uomo guardò Vastley con la bocca spalancata.
- M...mio dio... - farfugliò. La risposta, giuntagli come un fulmine, era nascosta tra le parole dell'inventore: essa era la verità.
L'uomo dal cappotto grigio fu illuminato. Ora era una persona nuova, una persona alla quale non piacevano i film belgi. Molti uomini erano stati illuminati dalle parole di Vastley.
- Ti chiamerò...Idiota! Ti piace questo nome? - disse Vastley.
- È bellissimo, maestro.
- Ed ora...va'.
Profondendosi in inchini e salamelecchi, l'uomo dal cappotto grigio se ne andò. Vendette il suo cappotto per pochi spiccioli, cosicchè perse l'unico suo tratto distintivo e divenne solo l'uomo, detto anche Idiota, detto anche la frittella di Vastley con le prugne.

lunedì 1 ottobre 2007

Il Pianeta Fertile

Kusumalli guardò l'argentea sagoma dell'argentea astronave scendere con grazia verso la superficie del pianeta fertile, Kadibadiba, superficie alla quale le piante dei tre piedi di Kusumalli erano saldamente ancorate grazie agli arpioncini chitinosi di cui erano ricoperte.
- Oooooh! Esaltante sensazione di godimento estetico! - disse Kusumalli, ammirando il velivolo.
A quel punto, i propulsori posteriori a repulsione tachionica dell'astronave entrarono in azione con grande frastuono.
- Aaaaah, immensa sensazione di lacerante dolore fisico! - gridò Kusumalli, che si trovava esattamente al centro dell'area investita dai propulsori, iniziando ad assomigliare ad una palla di fuoco.
- Uuuuuh! Esasperante sensazione di fortissima pena unita ad una netta sensazione di compressione che mi leva il fiato! - urlò anche, quando l'astronave atterrò su di lui. Milleduecento milioni di tonnellate: l'astronave era un cargo spaziale carico di frutti del pianeta Udù.
- Che brutta giornata - disse Kusumalli.

Lezione di Geografia

- Sei un mio amico, vero Giacomo? - chiese Vincenzo.
- Sì - disse Giacomo, appioppandogli un ceffone. Vincenzo accusò il colpo, ma tornò immediatamente di buon umore.
- Qual'è la qualità che ti piace di più in me? - chiese.
- Sei un buon incassatore - concedette Giacomo.
- E il mio difetto più grande?
- A volte cerchi di schivare - disse Giacomo, partendo con un nuovo ceffone più forte del primo che Vincenzo schivò arcuandosi leggermente all'indietro.
- Schivato! - rise.
- Idiota - mugugnò Giacomo a denti stretti.
- E adesso cosa facciamo? - chiese Vincenzo.
- È il momento della tua lezione di geografia, scimpanzè d'un deficiente d'un analfabeta. Siediti al tavolo blu.
Giacomo prese l'atlante e lo aprì sul tavolo, pagina a caso, poi sedette di fronte al fratello minore che già scrutava la cartina fremendo d'impazienza.
- Cosa raffigura questa carta? - chiese Giacomo.
- Masse continentali circondate dal mare!
- No, cretino! Che posto, che continente è?
- L'Asia. E c'è anche un pochino d'Europa.
- Bravo. Che parte d'Europa?
- La penisola di Kola, la Russia, parte della penisola scandinava, eccetera.
- Qual'è la capitale dell'eccetera?
- Undsoweiter!
- E della penisola scandinava?
- Sono tre!
- Non è Sonotrè, idiota.
- Ma no, volevo dire che ci sono tre nazioni: Norvegia capitale Oslo, Svezia capitale Stoccolma e Finlandia capitale Helsinki.
- E bravo il nostro genietto.
- Grazie.
Giacomo partì con un manrovescio di potenza apocalittica, ma Vincenzo riuscì ad abbassare la testa in tempo.
- Idiota, idiota d'un minorato d'un babbuino mentecatto - mugugnò Giacomo a labbra serrate.
- Fammi qualche altra domanda - disse Vincenzo.
- La principale risorsa del Perù.
- Il guano.
- Ma sei scemo?
- No, è vero. La cacca dei pipistrelli.
- Sei tu un pipistrello. È il tuo cervello che è fatto di cacca. Dimmi la principale risorsa del Perù altrimenti ti strozzo con le tue stesse budelle.
- La pesca.
- E l'albicocca?
- Dell'Ecuador.
- Il nome del re del Perù.
- Ma il Perù non è una monarchia.
- Beh, e tu dimmelo lo stesso.
- Ludovico Almodòvar de la Gran Cucanha Alfonso Ramirez do Nascimiento detto Pelè!
- E bravo il nostro genietto. Adesso vieni qui che ho voglia di darti un sacco di pugni che mai ne presi tanti in vita tua.
- E poi facciamo storia?
- E poi facciamo storia.

Un Uomo Libero, un Uomo Prigioniero e Morale

Un Uomo Libero

Sono libero e selvaggio e posso fare quello che mi pare, per cui se mi va di afferrare una manciata di spaghetti freddi e farla roteare sopra la mia testa non vedo proprio chi può impedirmelo disse Federico ma Teo gli fece notare che si sarebbe sporcato le mani e forse anche i capelli e Federico disse che cazzo me ne frega? ah. cazzi tuoi, disse Teo, sono proprio cazzi tuoi, ma io non vedo perchè dovresti fare una cosa così idiota perchè sono LIBERO! disse Federico. O! E vaffanculo ma Teo si offese e uscì sbattendo la porta e Federico disse O, poi cucinò duecento grammi di spaghetti, aspettò che si raffreddassero e infine mise in atto il suo proposito e pensò beh cazzo Teo non aveva mica tutti i torti ma ormai era troppo tardi.

Un Uomo Prigioniero

Non posso mai fare quello che mi pare disse Teo mentre Federico fa tutto quello che gli pare e ne gode e si diverte ma perchè non posso essere come lui? Beh, merda, adesso voglio essere libero anch'io, libero, LIBERO! disse, e mise a cuocere centosettanta grammi di spaghetti poi attese che si fossero raffreddati e infine afferratane una manciata la fece roteare sopra la testa accompagnando l'azione con suoni inarticolati e si sentì subito meglio e disse tiè, questo è un gesto rivoluzionario, questo è l'inizio di una nuova vita, dannazione e vaffanculo, Federico aveva ragione avrei dovuto ascoltarlo ma non è ancora troppo tardi.

Morale

È nella natura degli spaghetti di poter essere roteati, ma bisogna aspettare che siano freddi.