giovedì 18 ottobre 2007

Albertino e il Gigante

- Ciospa, buttatemi una ciospa! - gridava selvaggiamente il gigante Uruk, il cui corpo deformato dal lardo giaceva scompostamente semisprofondato nella melma in fondo a una grossa buca dai brodi irregolari.
Albertino si avvicinò cautamente ad un bordo irregolare. Uruk lo vide ed esalò un rutto millenario, saettante opinabilissimi gas.
- Chi sei, maledetto figlio di puttana! - urlò. - Che cazzo vuoi...urgh...- un secondo rutto era emerso surrettiziamente tra le sue parole ed ora si espandeva lentamente nell'aria come un fiore osceno.
- Vaffanculo!
Cominciò ad agitarsi schizzando melma in ogni direzione. Accompagnò questa azione con urla inarticolate e forti rumori anali.
L'odore divenne ben presto intollerabile.
Albertino indietreggiò di alcuni passi. Non capiva, ma non amava quell'odore. Si grattò un ginocchio appena sotto l'orlo dei suoi bermuda variopinti. Non capiva.
- Ma tu chi sei? - chiese gentilmente.
- Sono un pilota di caccia dell'aviazione australiana, stronzo. Stavo per decollare quando ad un tratto ho beccato questa buca e STRAA! CRAAASZ! STRAPAZASZSZ!!!
Albertino credette che i versi del gigante fossero i nomi di tre suoi amici dell'aviazione polacca. Era confuso. Dov'erano andati?
- Dove sono andati? - chiese con un fremito di curiosità.
- Chi? Ma sei scemo? Ma che cazzo dici? Non vedi, lurido idiota, che sono caduto in una buca? Senti, voglio uscire di qui!
- Ma allora perchè non esci? - chiese Albertino, sempre più curioso.
In realtà il gigante non c'era esattamente caduto. Era finito lì dentro per volere del temibile mago Whrendor, che abitava nella valle oltre le grandi montagne un po' a destra del ruscello. Colpa di una partita a scopa nella quale Uruk era finalmente riuscito a battere il mago. Incapace di contenere la sua esultanza si era scolato innumerevoli crani umani colmi di acquavite alla muscaria ed era perciò caduto vittima di una terrificante allucinazione nella quale fu spettatore dell'ultimo pasto di Lucifero prima di precipitare negli inferi, il tutto sintetizzato in una ridda di visioni incoerenti tra le quali diverse uccelliere, una bertuccia glabra, tre costolette di maiale ed uno scopino per il water. Dopo aver riccamente defecato, il gigante usò quest'ultimo, in un raro slancio di igienismo, per pulire la tazza. Nella sua allucinazione non si era purtroppo reso conto che lo scopino era in realtà Whrendor stesso.
Quando il mago infuriato riuscì finalmente ad estrarre la testa dall'angusta apertura non passarono tre secondi prima che il gigamte si ritrovasse in quella disgustosa buca dalla quale - sentenziò il mago - non avrebbe mai più potuto uscire a meno che non trovasse qualcuno che vi si calasse volontariamente al suo posto.
Colto improvissamente da un'idea, non disse nulla di tutto questo ad Albertino, che chiese ancora, all'apice della curiosità:
- Ma perchè non esci dalla buca?
- Vedi...è una cura per diventare più intelligenti. No, cioè...più snelli. Ehm...più snelli e più intelligenti.
- Ma allora perchè vuoi uscire?
Uruk non era capace nè di sorridere nè di non urlare nè di non incazzarsi con la gente soltanto per il fatto che essa esisteva. Ma questa volta fece uno sforzo enorme. Un sorriso celestiale sbocciò sul suo viso bestiale.
- Perchè ormai sono già troppo intelligente, capisci? - flautò. - E ho deciso di dimagrire domani.
- Significa che se uno fa come te diventa più intelligente e più magro?
- Ma è proprio così, esattamente. ma certo. Ehi. Vedo che hai un paio di rotolini lì e lì...uhm...e non mi sembri neanche tanto...beh, magari un saltino qui dentro ti farà bene.
- E se tornano i polacchi? - insistette lo sventurato.
- Ma che cazzo. Cioè, voglio dire, salutameli. Dai, vieni.
- Ohp - zompò Albertino.
- Bravo. Adesso stai pure tranquillo, io ti saluto, eh? Ciao - disse Uruk arrampicandosi fuori. Presto scomparve nel bosco, diretto verso la casa di Whrendor al quale aveva deciso di trasformare il tunnel rettale in una caverna ingombra di ogni cosa piccola o grande, ma soprattutto grande. Introdotta dalla parte larga.
Albertino prese a dimenarsi urlando e scoreggiando. In quella buca, che aveva contenuto la figura enorme del corpulento abominio, pareva minuscolo; come minuscolo era l'odore dei suoi petini stentati che scoprivano la luce in un timido pok.
Verso sera, non vedendolo tornare, suo fratello Bigg andò a cercarlo. Grande fu il suo stupore quando lo scorse oltre il bordo irregolare della buca.
- Ma cosa fai lì dentro, ma sei PIRLA?
- Tutt'altro, caro fratello, tutt'altro - gongolò Albertino. - Sono magro e furbo.
- Seh, va bene. Dai, vieni a casa che c'è da cena.
In quel momento si sentì un grido disumano provenire dalla valle oltre le grandi montagne.
- Ad occhio e croce veniva da un po' a destra del ruscello - disse il nonno, sbucando da un sentiero con in mano una cesta di grossi porcini.

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