mercoledì 10 dicembre 2008

Il Nonno

Eravamo diciotto ragazzini e abitavamo con nonno Bud. Nonno Bud era grande. Cioè, era forte. Voglio dire, non grande nel senso di enorme, cioè grosso, non forte come uno che ci ha un sacco di muscoli. Era, cioè, ci piaceva. A volte ci raccontava delle storie. Ecco una delle storie di nonno Bud.
Ho conosciuto un ceffo che collezionava - e qui faceva una pausa per accendere la sua enorme pipa, aveva questa pipa enorme, pazzesca - rane secche. D'estate un sacco di rane e di rospi attraversano la strada e le macchine le schiacciano. Poi si seccano sotto il sole e fanno un rumore tipo cartone. Bleah, dicevamo noi. E il nonno continuava: Beh, questo tipo ne faceva collezione. Camminava lungo le strade fuori città con un sacco in spalla ed ogni volta che trovava una rana secca, che poi trovava quasi sempre solo dei rospi, la tirava su e la ficcava nel sacco. Poi attaccava tutte queste rane secche alle pareti di casa sua, cioè, erano poi quasi tutti rospi. Di rane ce ne saranno state a dir molto tre o quattro.
Alla richiesta di specificare il numero delle rane raccolte dal tipo, il nonno diceva: quattromila! Poi aggiungeva: ma adesso ne avrà senz'altro almeno centomila, perchè vi sto raccontando delle storie che son successe prima della guerra.
Non ci disse mai quale guerra.

Quale Immagine

Quale immagine potrai dipingere dalla tua mente vuota? Guardi il vuoto, riponi la tavolozza - non c'è colore, riponi il pennello, il catboncino - non ci sono forme; e se gridi rabbia, risentimento, frustrazione, qualsiasi emozione tu scelga di sentire a quel punto, dal vuoto, dopo alcuni secondi ti giungerà, chiara, la eco.
Quale storia racconterai, se la tua mente è una linea che congiunge il punto A al punto A senza percorrere alcuna distanza. Non c'è storia.
O trovi una stanzetta in fondo a quel vuoto, piccola, ingombra di ogni più insignificante dettaglio, invero talmente ingombra che non puoi nemmeno muovere un passo. Ma allora per giungere fin là hai attraversato un vuoto senza fine. Che fai? Ritorni?
Diventa idraulico, ti dico.

lunedì 4 agosto 2008

Sottofondo

ora
l'unico controllo è quello che puoi applicare
ora
il ruomore sotto le finestre non è mai cessato
viviamo in un mondo di donne, uomini
viviamo in un mondo di donne, uomini e animali

mi arrendo alla vita
vivrò
in un mondo di donne, uomini e animali
verrò vestito come sono ora
verrò con le anfore piene
senza versare una goccia
ora
l'unico controllo è quello che puoi applicare
fai presto a farti prendere la mano
ma attento
mentre cerchi, ventose umide,
un altro punto dello specchio
mentre cerchi con un cucchiaino
lo zucchero insoluto
addensato sul fondo dei sensi
ora
l'unico controllo è quello che

Ecco

no, non ho mai capito
non chiedermi nulla,
guardami ma non seguirmi
qui sotto
dove ondeggiano le barche
dove il cielo può aprirsi
e non ti rivela mai
nulla più
di un altro io, ancora,
un altro io, e un altro,
ancora,
e un altro ancora io,
io, io,
allora
che bisogno c'è
di aprire il cielo
se sei qui con le mani
nelle mani
e sai
ma non ho mai capito
che cosa avrei dovuto farci
non ho
il potere
di capire
il dialogo insiste
e tu mi chiedi
mi incalzi
cerchi qualcosa
dentro

giovedì 3 luglio 2008

Acqua Sporca

Osservazione. Osservare. C'è poco da osservare. Tutto così normale, così regolare, così banale.
La vita ricomincia ogni mattina. Ogni mattina c'è da preparare il caffè. C'è da berlo. A volte è più buono. Questa è una delle mattine in cui è meno buono. Lenta, amarognola acqua sporca.
Una mattina lenta e sporca. Forse nemmeno. Come ogni cosa che è, è, e ciò e sufficiente. Non fa differenza. Perchè hai mandato giù una tazza di liquido la cui temperatura era un paio di gradi superiore alla temperatura della bocca e ora lo sporco dell'acqua è dentro di te e anche questa mattina avverti i primi sintomi d'intossicazione. Ora ti vesti.
Fast forward.
Ora la tua auto è ferma a un semaforo e ci sono altre auto. Nonostante tu abbia coscienza di te stesso in attesa a un incrocio e tu percepisca te stesso come unico, pensi che ognuno degli automobilisti in attesa allo stesso incrocio ha la stessa percezione di sè e siete tutti uguali, uguali, uguali, normali, regolari, pieni di acqua sporca e già completamente intossicati.

giovedì 5 giugno 2008

Stazione

Alla stazione di Riomaggiore, quella notte, eravamo in due.
Uno da una parte e uno dall'altra. Uno verso La Spezia e uno verso Genova.
Dalla parte di Genova il mare scuro batteva ritmicamente le rocce, laggiù in basso.
Dalla parte di La Spezia il paese silenzioso, il cono di luce di un lampione, l'abbraccio d'ombra dei monti.
Ogni tanto ci gettavamo un'occhiata, com'è naturale. Ogni tanto uno di noi accendeva una paglia. Per un attimo la fiamma del Bic scolpiva lineamenti in un lampo giallognolo, riflesso momentaneo di occhi abbagliati in un istante di persistenza retinica.
Se fossimo stati entrambi in attesa dello stesso treno forse avremmo scambiato due parole. Eravamo però divisi da quattro binari e dal nostro essere destinati, quella notte, a luoghi diversi.
A tratti respiravamo il soffio cinereo di due diverse gallerie. Uno di noi sarebbe stato il primo ad andarsene.

mercoledì 14 maggio 2008

Melodia Meccanica

Come ti chiami, chiedo all'orologio. L'orologio non risponde, non ticchetta neppure. Si è fermato. Sempre lo stesso. Undici ore, sedici minuti, quarantatre secondi. Si è fermato, e c'è silenzio in casa.
Siamo fermi assieme, da anni. L'orologio non risponde mai, non chiede mai. Solo io, ogni tanto, gli rivolgo qualche domanda.
Ah, lui è più felice di me. Undici, sedici, quarantatre. Si è arrestato lì, all'apice della sua attività. Se anche i suoi meccanismi rimanessero danneggiati, decadessero, se anche gli fosse per sempre negata la possibilità di rimettersi in moto, non gliene importerebbe nulla. Continuerebbe ad affermare: undici, sedici, quarantatre. Ogni volta che lo guardo, ogni volta che lo interrogo.
Lo metto al polso ed esco. Notte. La città è morta, non c'è nessuno, niente, nemmeno assenza. Io cammino, senza tormento nè pace. Camminando disegno linee sui muri con un gesso bianco. La città è avvolta nella rete delle mie tracce. A volte guardo l'ora. Undici, sedici e quarantatre. A volte vorrei che qualcuno mi chiedesse l'ora.

lunedì 7 aprile 2008

Pensiero

Per la miseria. Ma volete fare un po' di silenzio mentre cerco di pensare? Per la miseria, pensava Dan. La cosa alla quale Dan stava pensando era proprio "per la miseria". S'era svegliato con queste parole in mente e non riusciva a levarsele dalla testa. Dan soffriva spesso di fissazioni di questa natura. Una volta aveva addirittura pensato "chiudi il becco" per due giorni di seguito. I suoi compagni non immaginavano niente di tutto ciò. Loro pensavano che Dan stesse pensando a qualcosa di interessante e profondo. Guarda quanto pensa, pensavano. Erano invidiosi.

La porta si era aperta e Dan era entrato. Era il quindici settembre dell'anno precedente. Allora Dan era solito pensare per immagini e stava figurandosi alcuni fiori. A loro invece disse: pensate pure, non pensate a me. Cosa che puntualmente si verificò. Fu allora, fu quel giorno, che Dan capì che di lui non importava alcunchè ad alcuno. Sedette senza guardare gli altri.

Ma voi pensate solo? chiese il secondo giorno. Albert si era innamorato dei suoi occhi profondi e della sua barba di tre giorni. Fottimi, rispose. Dan si avvicinò e lo guardò negli occhi con una intensità di cui Albert non aveva mai visto l'eguale. Le gambe di Albert tremarono e si piegarono. Oh, mormorò. Un caldo zampillo di sperma intrise la sua biancheria. In un attimo di dolce vergogna capì di aver avuto un orgasmo dal solo sguardo di Dan. Ma voleva vedere quel cazzo, e succhiarlo. Scordatelo, disse il titolare del cazzo. Sono qui per pensare, non per farmelo succhiare da te.

Per la miseria. Sulla parete c'era un orologio enorme. Numeri romani. Lancette nere, pesanti, pensanti. Le dodici e quaranta. Campi e Masters erano stati colti da un attacco di appetito e stavano rovistando nella dispensa alla ricerca di qualche pacchetto di crackers. Mentre Campi rovistava, aveva urtato con il gomito due bicchieri che si erano infranti sulle piastrelle azzurre con un fragore che, nell'innaturale silenzio che avvolgeva quel luogo, era parso l'annuncio dell'apocalisse. Ventiquattro teste si erano girate di scatto verso la sorgente del disturbo. Solo Dan aveva mantenuto inalterata la sua posizione. Occhi rivolti verso il basso. Mani appoggiate alle cosce.
- Per la miseria. Ma volete fare un po' di silenzio mentre cerco di pensare?

Scusa, Dan, disse Campi. Ho fatto cadere un paio di bicchieri.

Guardò costernato le schegge di vetro ai suoi piedi. Parevano frammenti di bicchieri frantumati su piastrelle azzurre. Non aveva mai visto nulla di simile. Masters prese scopa e paletta e spazzò via i cocci mentre Campi stava provando un'emozione per la quale non aveva un nome. C'erano senz'altro molte altre cose alle quali nè lui nè altri avrebbero potuto dare un nome, ma questa era particolarmente intensa, e urgeva nel petto come un rettile che cerca di liberarsi dalla sua prima pelle. Masters aprì il frigorifero e ne trasse una cipolla, un mazzo di prezzemolo e una confezione da cinquecento grammi di ravioli.
- Cosa fai? - chiese William entrando in cucina.
- Ravioli.
- Con la cipolla e il prezzemolo?
Masters sorrise.
- Mi piace affettare le cipolle - ammise.
Intanto Campi osservava attonito l'assenza di frammenti di vetro sulle piastrelle azzurre. Riconobbe in ciò che sentiva una venatura di nostalgia.

mercoledì 26 marzo 2008

Ho letto

ho letto che la vita è sacra
ho letto che la vita non vale niente
io non so
avranno ragione tutti e due
un argomento ben congegnato
e la vita non esiste nemmeno più
tu, io
un sogno
e interpreta il sogno allora adesso
scorie da una mente inesistente
profetico, ispirato dagli dei o insignificante
che ne so io
sarà una o tutte queste cose
opzioni, possibilità
una tesi sostenuta con vigore
e il sogno non esiste nemmeno più
e nemmeno tutto quello
che io ho letto

martedì 25 marzo 2008

Le mie sensazioni #004

Incredibile quanti viandanti finiscono qui cercando "acquitrino" su Google, dissi, poi mi grattai l'incavo del gomito sinistro e analizzai le mie sensazioni.

lunedì 24 marzo 2008

Il Dissolvitore di Realtà

I miei incisivi non coincidono, spiegava un giorno Vastley al suo dissolvitore di realtà, apparecchio che aveva inventato una notte mentre guardava alla televisione un'asta di vari oggetti tra cui diversi tappeti.
Il dissolvitore ronzò con negligente nonchalance.
Quando cerco di unire gli incisivi superiori a quelli inferiori, dettagliò l'incomparabile creatore, rimangono un sacco di buchi, voragini, spazi, storture.
Sorriso d'emmental.
Il dissolvitore di realtà dissolse la propria stessa realtà e scomparve. A volte non ricompariva per svariati giorni e nessuno, nemmeno lo stesso Vastley, sapeva dove si trovasse nè cosa facesse. Era l'unico difetto di una macchina altrimenti perfetta.
Vastley sogghignò groviera.
Avrebbe dovuto.
Allo specchio riflettè.
In due si riflette meglio, speculò il gagliardo pioniere di mondi mai possibili. Lo specchio non si curava degli incisivi che Vastley gli stava momentaneamente prestando. Lo specchio era inutile nelle tenebre. Lo specchio sapeva soltanto affermare, nè era in grado di spiegare. Una condizione invidiabile, giudicò Vastley. Se egli stesso fosse stato uno specchio, fedele rifrattore di una realtà più vasta, immutabile teatro di incessanti mutamenti, allora anche i suoi incisivi non coincidenti non solo sarebbero stati un problema di qualcun'altro, ma sarebbero perdipiù stati in effetti coincidenti - non tra loro, bensì tra loro ed il soggetto del loro riflesso.
Rise.
Semplice.
Scrisse una nota per ricordarsi di inserire il concetto nel dissolvitore di realtà quando questo avesse deciso di riapparire.

giovedì 31 gennaio 2008

Il Migliore

Bisogna andare avanti, anche se non ne hai più voglia, anche se non sai o non capisci più, bisogna andare avanti, avanti, avanti, avanti. Che cos'è questo? La vita? Cos'è? Cosa significa? Qualcosa mi ha portato qui, non so cosa sia stato nè perchè. Ma ora io sento questo corpo. Questa mente. Ora sono qui, al centro di questa rete di percezioni. L'esistente penetra i margini della mia coscienza e si trasforma nella mia esperienza, e dopo poco non combacia più con se stesso. Il centro ruota, ruota.

Merda.

Hai capito?

Accidenti, qui bisogna riorganizzarsi un attimo, altro che andare avanti. Guardati, sei ridotto uno schifo.

Come uno schifo?

Comincia col darti una pettinata. Tò, eccoti una spazzola. Abbottona il colletto. Stringi il nodo alla cravatta...calma, non c'è bisogno che ti strozzi. Su, un bel sorriso. Bravo. Ora dì: io posso farcela.

Io posso farcela.

Con quel tono? Dai, un po' di convinzione.

Io posso farcela.

Certo che puoi. Su quelle spalle, cammina. Eretto. Eretto ed elastico. Cammina, cammina. Dritto, dritto. Rilassati. Deve essere lo scheletro a sostenere il corpo. Devi stare appeso alla tua ossatura come una camicia che pende da una gruccia. Non serve tensione...vai...elastico...bene. Ora dì: sono il migliore.

Sono il migliore.

Più forte, guarda dritto davanti a te. Eretto. Elastico.

Sono il MIGLIORE!

Se non consideriamo me, naturalmente.

Sono meglio anche di te, stronzetto.

Oh no, ho creato un mostro. Va bene, senti, basta così come prova.

Lo dico io quando basta. Perchè vedi, io posso farcela. Sono il migliore. Tu stesso l'hai detto, no?

Ma non prenderla tanto a cuore. Non è che sia poi così importante. Ci sono tante altre cose, nella vita. C'è l'arte...la musica, che so...la letteratura...la contemplazione della natura e, perchè no? il sesso. Uno non può stare lì tutto il giorno a pensare che può farcela perchè è il migliore.

Stronzate. Adesso fammi vedere come cammini tu.

Se proprio ci tieni...

Sei rigido, non hai ritmo.

No, amico. Sono elastico, e ho ritmo fin nelle più insignificanti cellule del mio alluce sinistro. Così cammina il migliore.

No, il migliore cammina così. Guarda.

Ma va, sei goffo, goffo e tronfio. Sei abbastanza ridicolo, se vuoi saperlo. Io sì che cammino bene, e i miei movimenti sono fluidi...guarda con quanta scioltezza mi giro e afferro un oggetto...visto? Questa è classe. Per sapere cosa significa classe guarda sul dizionario, ma guarda sul mio, chè sul tuo non c'è.

Certo, è classe. Terza classe. Tu hai solo da imparare da me, ma no, sei troppo attaccato alle tue illusioni di grandezza. Io ho provato ad aiutarti, ma la tua testardaggine ti ha condotto di giorno in giorno più vicino al baratro, ed ora non serve che un passo per precipitare. Io, da parte mia, ho fatto ciò che potevo. Ora non posso più nulla, e anche se potessi non lo farei. E' ora che tu incontri il tuo destino. Ed ora...addio.

Guarda, un ragno enorme!

Dove?

(rapidamente gli allarga il nodo della cravatta, sbottona il colletto e gli arruffa i capelli)

Bisogna andare avanti, anche se non ne hai più voglia, anche se...

Sì, dimmi.

giovedì 24 gennaio 2008

Toilet Talk

Coloro che ti conoscono non vedono il tuo volto perchè vi sono abituati; coloro che non ti conoscono non lo vedono perchè i loro sguardi lo attraversano. E' raro che il tuo volto divenga visibile. Tu stesso di fronte allo specchio spesso guardi ma non vedi nulla. Ed ora vattene che debbo urinare.

Segreti di Faersbiff

ubbinnais, uunnit
gottu techeuok inda rein
sinnin
uo sinnin
inda rein
uotte glorios fillin
ameppi oken
malaifs daun de drein
n aim sinchin inda rein
cantò
eppoi
uscì
pioveva
carne macinata
la recessione
macinategli ch'ebbe
le sue palle
le sue palle
gloriose
tornite all'ombra
del sindacato
pallette tonde tonde
maturate alla conga
del libero mercato
classe ventitre, pallette ottuagenarie
pallette sbatacchiate
su chiappe segretarie
oh no
ubbinnais, uunnit

La Cattedrale dei Denti Davanti

allucinami un po', vecchio amico
inàcidati di te
fammi sentire uno dei tuoi
rutti
e sii te stesso
perchè nessun altro lo sarà
se non tu stesso
o dio, o dio
nasce il mondo
in un tuono di scorregge
muore il mondo
mentre ci facciamo una pizza