lunedì 7 aprile 2008

Pensiero

Per la miseria. Ma volete fare un po' di silenzio mentre cerco di pensare? Per la miseria, pensava Dan. La cosa alla quale Dan stava pensando era proprio "per la miseria". S'era svegliato con queste parole in mente e non riusciva a levarsele dalla testa. Dan soffriva spesso di fissazioni di questa natura. Una volta aveva addirittura pensato "chiudi il becco" per due giorni di seguito. I suoi compagni non immaginavano niente di tutto ciò. Loro pensavano che Dan stesse pensando a qualcosa di interessante e profondo. Guarda quanto pensa, pensavano. Erano invidiosi.

La porta si era aperta e Dan era entrato. Era il quindici settembre dell'anno precedente. Allora Dan era solito pensare per immagini e stava figurandosi alcuni fiori. A loro invece disse: pensate pure, non pensate a me. Cosa che puntualmente si verificò. Fu allora, fu quel giorno, che Dan capì che di lui non importava alcunchè ad alcuno. Sedette senza guardare gli altri.

Ma voi pensate solo? chiese il secondo giorno. Albert si era innamorato dei suoi occhi profondi e della sua barba di tre giorni. Fottimi, rispose. Dan si avvicinò e lo guardò negli occhi con una intensità di cui Albert non aveva mai visto l'eguale. Le gambe di Albert tremarono e si piegarono. Oh, mormorò. Un caldo zampillo di sperma intrise la sua biancheria. In un attimo di dolce vergogna capì di aver avuto un orgasmo dal solo sguardo di Dan. Ma voleva vedere quel cazzo, e succhiarlo. Scordatelo, disse il titolare del cazzo. Sono qui per pensare, non per farmelo succhiare da te.

Per la miseria. Sulla parete c'era un orologio enorme. Numeri romani. Lancette nere, pesanti, pensanti. Le dodici e quaranta. Campi e Masters erano stati colti da un attacco di appetito e stavano rovistando nella dispensa alla ricerca di qualche pacchetto di crackers. Mentre Campi rovistava, aveva urtato con il gomito due bicchieri che si erano infranti sulle piastrelle azzurre con un fragore che, nell'innaturale silenzio che avvolgeva quel luogo, era parso l'annuncio dell'apocalisse. Ventiquattro teste si erano girate di scatto verso la sorgente del disturbo. Solo Dan aveva mantenuto inalterata la sua posizione. Occhi rivolti verso il basso. Mani appoggiate alle cosce.
- Per la miseria. Ma volete fare un po' di silenzio mentre cerco di pensare?

Scusa, Dan, disse Campi. Ho fatto cadere un paio di bicchieri.

Guardò costernato le schegge di vetro ai suoi piedi. Parevano frammenti di bicchieri frantumati su piastrelle azzurre. Non aveva mai visto nulla di simile. Masters prese scopa e paletta e spazzò via i cocci mentre Campi stava provando un'emozione per la quale non aveva un nome. C'erano senz'altro molte altre cose alle quali nè lui nè altri avrebbero potuto dare un nome, ma questa era particolarmente intensa, e urgeva nel petto come un rettile che cerca di liberarsi dalla sua prima pelle. Masters aprì il frigorifero e ne trasse una cipolla, un mazzo di prezzemolo e una confezione da cinquecento grammi di ravioli.
- Cosa fai? - chiese William entrando in cucina.
- Ravioli.
- Con la cipolla e il prezzemolo?
Masters sorrise.
- Mi piace affettare le cipolle - ammise.
Intanto Campi osservava attonito l'assenza di frammenti di vetro sulle piastrelle azzurre. Riconobbe in ciò che sentiva una venatura di nostalgia.