mercoledì 14 maggio 2008

Melodia Meccanica

Come ti chiami, chiedo all'orologio. L'orologio non risponde, non ticchetta neppure. Si è fermato. Sempre lo stesso. Undici ore, sedici minuti, quarantatre secondi. Si è fermato, e c'è silenzio in casa.
Siamo fermi assieme, da anni. L'orologio non risponde mai, non chiede mai. Solo io, ogni tanto, gli rivolgo qualche domanda.
Ah, lui è più felice di me. Undici, sedici, quarantatre. Si è arrestato lì, all'apice della sua attività. Se anche i suoi meccanismi rimanessero danneggiati, decadessero, se anche gli fosse per sempre negata la possibilità di rimettersi in moto, non gliene importerebbe nulla. Continuerebbe ad affermare: undici, sedici, quarantatre. Ogni volta che lo guardo, ogni volta che lo interrogo.
Lo metto al polso ed esco. Notte. La città è morta, non c'è nessuno, niente, nemmeno assenza. Io cammino, senza tormento nè pace. Camminando disegno linee sui muri con un gesso bianco. La città è avvolta nella rete delle mie tracce. A volte guardo l'ora. Undici, sedici e quarantatre. A volte vorrei che qualcuno mi chiedesse l'ora.