mercoledì 14 maggio 2008

Melodia Meccanica

Come ti chiami, chiedo all'orologio. L'orologio non risponde, non ticchetta neppure. Si è fermato. Sempre lo stesso. Undici ore, sedici minuti, quarantatre secondi. Si è fermato, e c'è silenzio in casa.
Siamo fermi assieme, da anni. L'orologio non risponde mai, non chiede mai. Solo io, ogni tanto, gli rivolgo qualche domanda.
Ah, lui è più felice di me. Undici, sedici, quarantatre. Si è arrestato lì, all'apice della sua attività. Se anche i suoi meccanismi rimanessero danneggiati, decadessero, se anche gli fosse per sempre negata la possibilità di rimettersi in moto, non gliene importerebbe nulla. Continuerebbe ad affermare: undici, sedici, quarantatre. Ogni volta che lo guardo, ogni volta che lo interrogo.
Lo metto al polso ed esco. Notte. La città è morta, non c'è nessuno, niente, nemmeno assenza. Io cammino, senza tormento nè pace. Camminando disegno linee sui muri con un gesso bianco. La città è avvolta nella rete delle mie tracce. A volte guardo l'ora. Undici, sedici e quarantatre. A volte vorrei che qualcuno mi chiedesse l'ora.

3 commenti:

Sbloggato ha detto...

Molto bello...
Guardo l'orologio, si è fatto tardi, è ora che vada.
Ciao

Roberto Fusco Junior ha detto...

Concordo con sbloggato.

Gerry Rosi ha detto...

Bella questa,non l'avevo mai letta...e' ora che mi faccia un po' di cultura.... lo sai che sono un poeta anch'io anche se non so cosa vuol dire... un poeta casuale..
Anche se io devo ammettere che non porto l'orologio da un pezzo e spero solo che mi chiedano l'ora cosi li mando affangala ;)
Ciao Ameco