giovedì 5 novembre 2009

Sfida fatale su Plutone

Non potevo più attendere. Shungor si stava avvicinando rapidamente circondato dal sinistro bagliore rossastro del suo campo ionizzante.. Nella mano posteriore stringeva il suo maglio a deflessione positronica. Dovevo agire, non potevo più crogiolarmi nell'illusione che fosse soltanto un gioco. Lo sgraziato nano alieno voleva uccidermi.
Unii le mani davanti al petto e disposi le dita nella posizione della quiete inflessibile. "Esaltazione quantica", dissi, con voce ferma e profonda. Poi separai le mani. Davanti a me c'era ora una minuscola sfera di materia la cui massa era infinitamente negativa, nella quale ad ogni istante trascorreva l'eternità in un ciclo senza fine. Un attimo prima che Shungor potesse colpirmi trasferii la sfera al suo interno con un impulso psionico.
Libera dal mio controllo stabilizzante, la sfera all'istante respinse da sè ogni particella circostante con accelerazione pari alla velocità della luce, creando un vuoto perfetto nel luiogo dove prima era la figura balzante di Shungor.
Avevo vinto.
Riassorbii la sfera e me ne andai a farmi una pizza.

mercoledì 4 novembre 2009

Le avventure di Steve Hardbone #001 - Tenero ma tosto

- Sono Steve e sono un duro, il mio cuore non è puro, ma se trovo che m'hai rotto io ti sbatto contro il muro e ti pesto, te lo giuro!
- Ce l'hai anche sempre duro! - disse Daria, la sua fida segretaria. - Tu sei tenero ma tosto!
- Hai ragione, anzi, piuttosto - disse Steve con l'espressione di un'insolita emozione, perchè s'era ricordato di quel vecchio suo amicone che gli avevo, tempo addietro, dato in prestito un maglione.
- Io del freddo non mi curo - disse Steve col viso scuro.
- L'hai già detto che sei un duro - replicò la segretaria.
- Vado a prendere un po' d'aria - disse quegli. - Grazie, Daria!

Prese seco quel maglione per portarlo al suo padrone, andò a piedi per un po' poi decise pel metrò. Steve allor scese in stazione per salire su un vagone. Vide gente molto brutta che pareva scema tutta e pensò che lì a New York ci si trovan cani e porc, soprattutto nel metrò puoi veder di tutto un po'. Che fastidio, che fetore, pensò Steve pien di livore, e speriamo, pensò pure, che non passi il controllore.
Non faceva mai il biglietto per diletto e per dispetto, perchè odiava stare in fila mentre il mondo ribolliva di avventure mai provate, e ne aveva ben gustate: non l'avrebbe fatto mai se perdeva tutto il tempo a dar retta ai bigliettai.
Ecco qui la sua stazione, quindi giù da quel vagone, poi a fendere la calca che s'accalca verso l'alto.
Certo quello è un italiano, e quell'altro è un messicano - ecco là anche un texano, ha il cappello da cowboy e son proprio cazzi suoi se invece che a New York crede d'essere a Southfork.

Sol nel giro di due ore Steve Hardbone 'vestigatore già portato aveva il capo all'amico suo avvocato. Torna dentro la stazione ma non vede più persone.
- Come mai? - si chiede lui. - Sono i vicoli già bui - e si dà poi del coglione. Nella notte le stazioni sono il regno dei ladroni, se ne fotton dei puloni e se gridi "presto! Aiuto!" ti fan fuori e sei fottuto.
Mentre Steve pensava questo si fa avanti lesto lesto un gaglioffo furbacchione giusto uscito di prigione.
- Hai pagato la pigione? - chiede lui con intenzone.
- Che pigione? Sei coglione? - dice Steve con faccia tosta. - Quanto costa?
- Faccia tosta - fa il tipaccio estraendo un coltellaccio. - Qui la pelle io ti faccio se non paghi la tua posta, il tuo transito in stazione.
- Sai, ho solo un bigliettone - geme Steve cedendo presto, - tu non hai da darmi il resto?
- Presto, caccia quel verdone o ti dò una gran lezione! Tu non sai, ma 'sto coltello ha causato più decessi del più usato di tra quelli che s'impiegano al macello! Cosa vuoi che ti dia il resto! Dammi il grano, barboncello, e la pelle salva lesto!
Il furfante s'avvicina ed è qui la sua rovina: Steve propelle un gran calciazzo sulla sua faccia di cazzo ed il turpe è sgominato da un così ben assestato colpo al volo di kung fu: come un sacco casca giù.
- Ho sconfitto un malvivente grande, grosso e puzzolente! - grida Hardbone esultante. - Quando uso il mio kung fu non puoi fare nulla più, è la mia mossa vincente!

Qui finisce l'avventura dell'ero dai nervi a posto, dell'agente più quotato, Steve il tenero ma tosto.

La canzone dell'oblio

Mi fermai di fronte all'ingresso della scuola. Dio, quanti ricordi. Troppi ricordi. Non riuscivo a organizzarli e dimenticai tutto. Cinque anni della mia vita spariti in dieci secondi.

Sii te stesso

Oleg scese dal cavallo e saggiò la consistenza del terreno.
- Merda - disse. Negli ultimi giorni era caduta molta pioggia: le strade erano semiallagate e la situazione era destinata certamente ad aggravarsi.
- Melmosetta, eh? - disse il conte Scatanelli, guardandosi bene dal mettere i piedi a terra. - Dio, com'è mavvone.
- Una palude. Una merdosa fottuta palude, proprio adesso che mancano così pochi chilometri - ringhiò Oleg. - Cristo, io...
- Calmati - lo ammonì Milippo, il tenete delle guardie a cavallo. - Sii te stesso.

martedì 1 settembre 2009

Parole di saggezza #001

Coloro che ti conoscono non vedono il tuo volto perchè vi sono abituati; coloro che non ti conoscono non vedono il tuo volto perchè i loro sguardi lo attraversano.
In verità è raro che il tuo volto diventi visibile. Tu stesso, di fronte allo specchio, spesso guardi, ma non vedi nulla. Ed ora vattene che voglio urinare.

14 Milligrammi di Sagacia

Fum! Accidenti, già bruciata!
Fosforo - che male -
ahi ahi ahi.
La guera l'è na bruta storia.
Bruta bruta.
Non c'era un cazzo da mangiare.
Altri si sentivano male.
Le linee erano tutte disturbate e Natale era un giorno come tutti gli altri se non peggio.
Fum! Quattordici
milligrammi bruciano
in fretta. La casa
poggiava su suolo normale, in tempi
normali, niente d'immorale accadeva all'interno,
niente feste strane
niente feste in maschera
vieni, pago io
un bardolino?
bruta
dimmi

lunedì 31 agosto 2009

Dio 2.0

spargi la voce
c'è un nuovo dio in città
ha preso alloggio in una via del centro
e da lì comanda il mondo
ad un suo cenno
tutto è silenzio
ora sorride
è un dio felice

domenica 30 agosto 2009

Cerchiamo di dare una risposta, in primo luogo a noi stessi

Un corridoio buio, una casa buia. Un lungo corridoio. Una porta socchiusa, in fondo, libera una lama di luce che si distende sul pavimento del corridoio rivelandone la natura marmorea, motivi psichedelici, colori che s'inseguono serpeggiando, tracce di ammoniti, una macchia di caffè dell'età di sedici ore; quindi incide una linea retta sulla parete opposta, una linea fosforescente, tendente al giallo. Lo spazio tra lo stipite e la porta è sufficiente appena a lasciar passare, oltre alla luce, una saponetta.
Ecco infatti una saponetta sgusciare nel buio del corridoio, visibile per un attimo e subito inghiottita dall'oscurità. Eravamo così concentrati sulle nostre impressioni visive che non ci siamo resi conto che dalla porta proviene uno scroscio d'acqua continuo; e un flebile canto, condotto in chiave di basso. Ora, non appena la saponetta oltrepassa scivolando la porta, il canto viene interrotto da un secco improperio dove divino e animale si trovano, loro malgrado, ad abbracciarsi in un discutibile amplesso. Alcuni secondi trascorrono, poi una mano, umida e di colore chiaro, si affaccia alla medesima apertura dalla quale già abbiamo visto transitare luce e saponetta; e brancica tra la linea fosforescente e l'ombra battendo a tratti sul pavimento che sappiamo marmoreo e possiamo supporre freddo, lasciandovi leggere tracce liquide. Questa azione viene accompagnata da diverse imprecazioni. L'essere all'interno di quella che possiamo ormai essere ragionevolmente certi di poter qualificare come stanza da bagno giudica presto la sola estensione della mano insufficiente a raggiungere l'invisibile saponetta e decide di estendere l'intera appendice brachiale oltre la soglia: e finalmente le dita protese incontrano la viscida forma dell'ambito oggetto e, impadronitesene, lo ritraggono all'interno della stanza da bagno.
La porta viene ora completamente chiusa e il canto riprende. Nel corridoio ora immerso in una tenebra insondabile non ci resta che attendere che succeda qualcosa e cominciamo ben presto ad annoiarci. Trascorrono così diversi minuti e ci chiediamo se non potremmo magari trasferirci in qualche luogo più interessante, alcuni di noi cominciano ad avere un certo appetito, altri lamentano di avere impegni per la serata, ma la necessità narrativa ci tiene avvinti. Dobbiamo attendere.
Finalmente la porta si apre. Con la luce alle spalle, la figura dell'uomo appare come un'ombra la cui ombra viene proiettata sulla parete dove era precedentemente apparsa la linea fosforescente. Se la sagoma umana non si trovasse nel riquadro della porta, la luce disegnerebbe un rettangolo luminoso; invece, abbiamo l'impressione di osservare uno specchio. L'ombra dell'uomo si specchia ed è la sua ombra che appare, o è l'ombra stessa il riflesso speculare dell'uomo in ombra? Dopo un po' non siamo più in gradso di capire di capire quale sia l'uomo e quale l'ombra, nè perchè debbano rimanere fermi proprio lì, ed è per questo che, necessità narrativa o meno, i più di noi se ne vanno, incluso io, e lasciamo indietro solo un paio di persone. Noi invece andiamo a mangiare una pizza. La prossima settimana ci ritroveremo nel cortile di una villa disabitata dell'appennino marchigiano dove potrebbe succedere qualcosa di interessante. Mal che vada si farà un salto a San Marino a comprare qualche accendino.

venerdì 17 luglio 2009

Divario

Gniezno bussò lungamente alla porta in pino marittimo del Cecinese senza ricevere altra risposta che un escremento di merlo sulla spalla destra già colpita in precedenza da alcune gocce d'acqua provenienti da un paio di boxer nocciola stesi ad asciugare fuori da una finestra di un popoloso condominio di viale diciassette ottobre.
I suoi lunghi capelli rossi ondeggiavano alla brezza autunnale. Poi la porta si aprì. Gniezno aveva bussato così a lungo che le vibrazioni avevano lentamente rimosso tutte le viti della serratura che era così caduta a terra.
- Chi è? - chiese Gniezno, dimenticando di essere stato egli stesso a bussare. Non ricevendo risposta, richiuse la porta e se ne andò. Fatti pochi passi, un escremento di fringuello atterrò sulla sua spalla sinistra con un suono triste e smorzato. Nulla accade casualmente, pensò Gniezno. Iniziò a piovere.
Si avviò lungo la statale trascinando penosamente la gamba destra giusto per provare una sensazione nuova. Mentre camminava teneva la somma di tutti i numeri di targa delle auto che gli sfrecciavano accanto bersagliandolo con schizzi di fanghiglia grigiastra. Quando l'auto procedeva così rapidamente da precludergli la visione completa delle cifre, sottraeva sette al totale. Un quarto d'ora dopo era giunto a meno settecentoventidue milioni quattrocentonovantunmilaseicentoottantasei. Per abbellire ulteriormente il risultato aggiunse arbitrariamente virgola cinquantuno periodico.
Giunto a casa annotò la cifra sul diario. Poi guardò la giacca che aveva appeso all'attaccapanni. Alcuni escrementi di diversi uccelli l'avevano seguito fin dentro l'appartamento ed ora si lanciavano con tonfi sommessi su di essa.
Così Gniezno decise di concedersi il suicidio che meditava fin dalla mattina. Ma prima di poter mettere in atto il suo proposito scivolò, battè la testa contro il tavolino in alluminio dell'Engadina e capì che la vita era bella.

Meglio

Il Capitano Schmeichel della 240a divisione artiglieria fotonica guardò desolato la sala deserta.
Cigolando e caracollando T67, il vecchio robot, entrò dalla porta in fondo.
- Dove cazzo sono tutti? - chiese Schmeichel.
- Duvalier si è fratturato una tibia mentre cercava di aprire un barattolo di confettura di iperpere di Sarchiamoto IV.
- E Johnson?
- Deceduto mentre consumava la suddetta confettura.
- Chi ha aperto il barattolo?
- Lacedelli, signore, con un laser pesante.
- E Sikorski?
- Si è perso in un bicchier d'acqua.
- Ma non ha consumato la suddetta confettura.
- No, signore.
- E io dove sono?
- 'N gul' a ttè, ah ah ah ah!
Schmeichel estrasse la sua pistola a modulazione quantica e fece fuoco sul robot, che scomparve in una nube di antineutrini e pioni K. Un ultimo elettrone rotolò per alcuni centimetri con un triste suono e decadde rapidamente.
- Ahhhh, che dolore! - gridò il capitano, con il cervello in fiamme. Corse urlando fuori dalla sala comando e si precipitò nella toilette dove immerse la testa in un lavandino a idrosospensione magnetica pieno d'acqua. L'improvvisa ionizzazione lo fece dapprima sussultare, poi ruttare.
Sedette a terra, il capo tra le mani.
- Buongiorno capo - disse.
- Salve Schmeichel - disse il capo, al momento miniaturizzato per ragioni di sicurezza. - Ehi, non stringere così forte.
- Scusa, capo.
- Niente. A quanto pare siamo rimasti solo noi due a lottare per la democrazia e la libertà nell'universo.
- Beh, Duvalier si è solo rotto una gamba e forse Sikorski riuscirà a uscire dal bicchiere.
- D'accordo, ma per ora ci siamo solo noi.
- Per fortuna stiamo bene insieme.
- Già. Senti, Schmeichel.
- M?
- Non ti pare che in fondo la democrazia non sia che un'illusione?
- No. Ma forse tu lo sei.
- O forse l'intero universo.
- Tanta fatica per nulla.
- Ma non dobbiamo più preoccuparci del risultato.
- Già, è vero.
- Già.
- Triste, però.
- Sì, un po'.
- Capo?
- Sì?
- Dammi un ordine. Almeno per una volta. Dimmi cosa devo fare.
- Non esiste dovere, solo volontà.
- Allora dimmi cosa devo volere.
- Lottare per la democrazia e la libertà nell'universo.
- Anche se fossero tutte illusioni?
- A maggior ragione.
- Grazie capo. Mi sento già meglio.